Stiamo vivendo una fase bellissima, e molto pericolosa. Stiamo vivendo una fase in cui la musica, tutta la musica!, è ovunque: se solo qualche anno fa (dieci o venti, non di più) ci avessero detto che potevamo avere a disposizione in qualsiasi momento della nostra giornata e in qualunque posto noi ci trovassimo tutta la musica che ci veniva in mente, saremmo quasi svenuti dalla meraviglia e dalla felicità. Basta pellegrinaggi nei negozi di dischi più specializzati (coi loro commessi per lo più snob ed intrattabili) o più giganteschi (con la necessità di dover volare fino a Londra, Parigi, Los Angeles, San Francisco), basta ricerche affannose frustrate quasi sempre con geometrica precisione, basta rimpianti per dischi che non sono più in ristampa e quindi introvabili fra gli scaffali (o basta rimpianti per le cifre spropositate spese per dischi non più in ristampa nelle fiere del disco o in bische per audiofili).
La musica ovunque, la musica facile
Se ci veniva voglia di esplorare l’ambient più oscura e destrutturata, le stranezze spigolose dell’elettronica finlandese, il folk indonesiano col suo sublime gamelan, sperimentatori post-sovietici incazzosi, sacerdoti minimal non solo berlinesi e insomma qualsiasi altra forma di nicchia, quello che dovevamo sperimentare era la fatica: fatica di trovarne i dischi, fatica di intercettarne i suoni, fatica di trovare il contesto giusto in cui recuperarli a modo. Ora? Non più.
Ma occhio: questo è un discorso che non vale solo per le nicchie. Vale anche per il pop. Il mainstream. La nostra hit preferita? La ascoltiamo quando vogliamo. Il nostro disco preferito? Lo possiamo mettere in loop, che sia uscito ieri o vent’anni fa. La cantante che ci sta tanto simpatica? Abbiamo la sua collezione di successi già assemblata a portata di mano. Il cantante che amiamo visceralmente? Ci può accompagnare in ogni momento della giornata, non solo quando decidono così i programmatori di radio e televisione.
La musica è diventata comoda. La musica, anche quella più sperimentale ed estrema, è diventata facile (nel riuscire a fruirla). La musica, e chissà se questa è una conseguenza diretta o un effetto collaterale imprevisto, ci sarebbe da ragionarci sopra, è diventata pure per lo più gratis. Ci siamo abituati a considerare la musica, e la sua relazione con essa, più semplice: più semplice se ci interessa solo il mainstream, più semplice se vogliamo far vedere di avere gusti estremamente eclettici in grado di combinare alto e basso, più semplice se accigliati vogliamo solo sperimentazione intransigente. Ci arrocchiamo sui nostri gusti, sulle nostre certezze.
La musica è diventata comoda. La musica, anche quella più sperimentale ed estrema, è diventata facile.
Ecco perché un artista come Caterina Barbieri è perturbante ed affascinante, è rara. Lo è per il suo talento, forgiato con studi accademici seri in giro per l’Europa in tempi non sospetti. E affascina, soprattutto, perché musicalmente parlando cerca di fare una quadratura del cerchio che è comoda e facile solo in apparenza, ma in realtà se fatta come la fa lei è una delle cose più complesse, instabili e vibratili del mondo: perché è un attimo cadere nel banale, o nel ruffiano, o nel kitsch e pretenzioso.

Lei infatti parte dalla sperimentazione (e dagli a lungo amati e mai facili da usare a modo synth modulari) per lavorare non sul facile ed ovvio percorso della decostruzione e dell’identità atonale ma per cercare dolcezza, armonia, immersività morbida. Ma al tempo stesso lei parte da dolcezza ed armonia non per cercare il gancio emotivo facile ed immediato, la melodia paracula che trasforma tutti in eroi del sentimento pronto uso, l’arpeggio accomodante che fa tanto eleganza chic e non impegna, insomma, tutto quello che rende dei macina-ascolti fra chi fruisce la musica come sottofondo (o la abbraccia con una intensità solo apparente, in realtà superficialissima e distratta); no, il suo iter compositivo disegna di regola una direzione fatta di chiaroscuri timbrici ed emotivi, di avvolgimenti rassicuranti ed inquietanti al tempo stesso, di sentimenti materni ed alieni assieme, di strutture all’apparenza semplici ma in realtà infinite ed in continua mutazione.
Il suo iter compositivo disegna di regola una direzione fatta di chiaroscuri timbrici ed emotivi, di avvolgimenti rassicuranti ed inquietanti al tempo stesso.
Umano e digitale: la sfida di “Non puoi contare l’infinito”
L’ultima sua sfida creativa – che la porta a Romaeuropa Festival, all’Auditorium Conciliazione, il 9 settembre 2026 – è quella più alta, più ambiziosa, quella che da un secolo (e soprattutto negli ultimi decenni, con una grande accelerazione) è una battaglia vitale ed esistenziale per le arti sonore: saper incrociare umano e digitale, cercando di creare un ecosistema di convivenza fertile, non posticcio, non appiccicato con veloce noncuranza e facile “effetto wow”, ma invece profondo, coraggioso, soprattutto non accomodante e ritagliato sul mercato (che sia quello mainstream, quello di nicchia, quello legato a un qualsiasi contesto di gatekeeping).

Le due composizioni Bruma e Non puoi contare l’infinito, co-commissionate da Philharmonie di Parigi e Romaeuropa Festival, arrivano in prima assoluta italiana assieme ad ONCEIM, l’orchestra guidata da Frédéric Blondy che nasce intrecciando i territori dell’improvvisazione, del jazz, della sperimentazione e della classica contemporanea, sono meccanismi complessi. Intrecciano elettronica, voci ed ottoni e, lavorando per vertigine e sottrazione, cercano di annullare le concezioni di tempo e spazio e le certezze su cosa sia umano e finito, facilmente cioè numerabile, inquadrabile, riconoscibile.
Constellation: l’apertura firmata Christian Marclay
A precedere questa doppia anteprima nazionale ci sarà l’esecuzione di Constellation di Christian Marclay, una “partitura visiva” che è un inno all’interplay ed all’improvvisazione collettiva.
Una serata quindi piena di sfide, quella del 9 settembre all’Auditorium Conciliazione: quelle sfide che esulano dal campo della pura arte per sollevare – per chi lo vuole – interrogativi sociali, politici, ma che al tempo stesso sanno essere pura estasi sensoriale. Perché la musica migliore può essere fruita su più livelli, sempre; e peccato per chi si è abituato alla semplice comodità, alla semplice facilità di fruizione ed elaborazione. Che si tratti di mainstream pop, o di classica più o meno contemporanea.
Perché la musica migliore può essere fruita su più livelli, sempre; e peccato per chi si è abituato alla semplice comodità.