26.05.2021

Il pensiero collettivo dello sciame digitale

Hive mind, narcisismo digitale e coscienza collettiva: come le leggi della vita onlife stanno cambiando il modo di pensare e di agire delle community.

Connessione vs. coesione

«Molti si augurano che dalle comunità online possa nascere la coesione che crea il cambiamento». La prima riga di pagina di 216 del saggio Iperconnessi di Jean M. Twenge è ormai prigioniera della grafite, quasi fatica a vedersi. La mia matita ha creato dei solchi e le glosse a margine sono quasi illeggibili. Ma io ricordo bene i dubbi su quell’affermazione. Mi chiesi, a una prima lettura, se il fiume di utenti che siamo online possa anche lontanamente avere a che fare con la coesione.In linguistica, per esempio, con questo termine ci si riferisce a una delle proprietà fondamentali del testo, per cui le varie parti sono correttamente incorporate in una rete di senso. Un discorso privo di coesione sarà considerato slegato, privo della sua forza attrattiva. A livello generale, si dice coe­sio­ne e si pen­sa a un’uni­for­mi­tà di in­ten­ti tra parti diverse, a una sorta di al­lean­za per un fine comune. A un organismo, dunque, che resiste ogni qualvolta un’azione (esterna) tende a staccarne una parte dall’altra. Tengo questa parola in standby e la posiziono vicino a un’altra, più immediata e calzante per il digitale: connessione. I due termini non sono sinonimi, eppure hanno un denominatore comune, la rete, il simbolo che rappresenta il punto di scambio tra le parti, il loro dialogo senza confini. Siamo connessi, è vero, ma questo basta per sentirci coesi?

Per essere precisi, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, la nostra quotidianità si è trasformata sempre più in un campo interconnesso: la cosiddetta «quarta rivoluzione», a cui fa riferimento Luciano Floridi nel saggio La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, riguarda il fatto che le connessioni alle reti informatiche portano ogni punto e ogni persona del globo a essere raggiungibili dalle informazioni provenienti da qualunque altro punto, cioè che noi stessi, nella rete, non siamo più solamente passivi e recettori di informazioni, ma «agenti informazionali interconnessi, che condividono con altri agenti biologici e artefatti ingegneristici un ambiente globale».

Tra le caratteristiche dell’infosfera va ricordata anche l’attività di essere prosumers, letteralmente “produttori e consumatori” di idee, di informazioni e/o trend che spesso non governiamo più attivamente, ma che rilanciamo in un circuito infinito di rimbalzi sul web. La tecnologia ci vuole dunque connessi, interattivi e costantemente geolocalizzati, ed è per questo che siamo immersi in una nuova era, quella dell’onlife, un’esperienza di vita ibrida per cui non esiste più una vita fuori dalla connessione digitale. Questa dimensione, che nel neologismo di Floridi è al confine tra online (“in linea”) e offline (“non in linea”) è determinata da una continua interazione tra realtà analogica e virtuale.

Come ricorda Simone Arcagni in Visioni digitali, «tutto questo implica importanti mutamenti e trasformazioni nelle pratiche e nelle strategie comunicative». Il fatto che si sia creato un sistema di scambi dall’alto e dal basso – per questo si parla di peer-to-peer (“scambio alla pari”) e di crowd, per indicare la nostra “cultura della partecipazione” sul digitale – ha permesso alla rete di creare nuovi accessi e di espandersi a dismisura, quasi senza controllo. Dico “quasi”, perché nella rete viaggiano altre leggi, quelle della fluidità. Nella società dei software, così come è stata teorizzata nel 2010 da Derrick de Kerckhove (La mente accresciuta) «qualsiasi cosa diventa malleabile, fluida, intercambiabile» e gioca un ruolo centrale nel plasmare non solo gli elementi materiali con cui entriamo in contatto ogni giorno, ma anche molte delle strutture immateriali che costituiscono la nostra cultura, il nostro atteggiamento nei confronti delle persone e delle idee.

Nella società digitale, dove non solo ci limitiamo a “indossare” la tecnologia ma a “diventare” la tecnologia siamo individui isolati nella interconnessione

La coscienza collettiva dell’hive mind

Esattamente come le parole, lo spazio digitale dell’infosfera, che ci immette ogni giorno in un flusso comunicativo ubiquo e persuasivo, non è neutro. «Se è vero che prima diamo forma ai nostri edifici e poi essi modellano la nostra vita, come disse Winston Churchill, allora è anche vero che prima progettiamo i nostri social network e poi essi disegnano il nostro pensiero. I computer non sono strumenti passivi al nostro servizio: hanno una logica, un’architettura, un’interfaccia, una struttura di senso e tutto questo ha conseguenze nel comportamento di chi li utilizza». Nella rete, insomma, non siamo semplicemente utenti che visualizzano contenuti, commentano post e condividono meme. Quindi? Di che cosa è fatta la community digitale? Su quali leggi fonda il suo ordinamento e in che modo influenza l’agire e il pensare di chi la abita?

È curioso che negli ultimi anni si sia parlato di hive mind (letteralmente “mente alveare”) per descrivere la coscienza collettiva che fa riferimento alle complesse interazioni di un gruppo. Il termine, così come riporta Urban Dictionary, presenta diverse accezioni. La prima indica un atteggiamento accondiscendente di un individuo nei confronti delle idee altrui, perché intende adattarsi al gruppo e perché, soprattutto, non riesce a pensare da solo. La seconda, invece, focalizza l’attenzione sul potere quasi “telepatico” che la rete esercita sulle nostre menti, per cui può accadere due o più persone arrivino allo stesso pensiero contemporaneamente e nelle stesse circostanze, per esempio su una stessa piattaforma o uno stesso post.

La terza è l’altra faccia della medaglia della seconda, e descrive come l’agire e il pensare all’unisono conduca gli individui connessi nella mente alveare a trasformarsi a poco a poco in una sola entità. In pratica, in un solo neurone. Ecco perché nello slang presente nei social network non è insolito imbattersi in domande rivolte alla hive mind digitale (in questo caso traducibile come “popolo della rete”) per ottenere consigli: “Hivemind, I’m going snowboarding next month – what equipment do I need?”.

Di cosa è fatta la community?

Viene spontaneo chiedersi se questa etichetta abbia a che fare – non solo metaforicamente –  con l’avanzatissimo sistema organizzativo delle api, che, già a partire dalla prima fase della sciamatura, ovvero l’abbandono dell’arnia per cercare un altro luogo dove moltiplicarsi, mantengono un ordine preciso e rispettano ciascuna il proprio ruolo per far sì che il gruppo funzioni e si muova in modo coerente e coeso. L’amara scoperta è racchiusa nel saggio Nello sciame. Visioni del digitale di Byung-Chul Han, secondo cui siamo letteralmente uno sciame solo nei termini di un ronzio fastidioso, esattamente come quello delle api che si spostano, ma senza un obiettivo che si traduca in azione.

«La nuova folla si chiama sciame digitale e ha caratteristiche che la differenziano radicalmente dal classico schieramento dei molti, vale a dire della folla. Lo sciame digitale non è una folla, poiché non possiede un’anima, uno spirito. L’anima raduna e unisce: lo sciame digitale è composto da individui isolati». Nella società digitale, dove non solo ci limitiamo a “indossare” la tecnologia ma a “diventare” la tecnologia (lo diceva già Neil Harbisson nel 2013) siamo individui isolati nella interconnessione. Io sono un «Qualcuno anonimo» (e per questo posso esercitare violenza) e con i miei simili riesco al massimo a plasmare una moltitudine fasulla, rumorosa, in un perenne stato di eccitazione (basti pensare alle onde fuori controllo della shitstorm), che rappresenta solo uno stato affettivo, non dispiega alcuna forza in grado di produrre azioni. Nè ovviamente cambiamenti.

Ecco perché occorre ritornare sul concetto di coesione quando si parla di gruppi. La legge della fluidità che governa la rete ha mutato la natura della massa classica, che, secondo Byung-Chul Han, aveva una topologia ben precisa: anche se nella “mente alveare” siamo connessi, non ci riuniamo mai veramente in un luogo, diamo vita piuttosto a un «assembramento senza riunione» volatile e non così consapevolmente volontario, che costituisce un «modello transitorio» e non una «formazione stabile».

La massa novecentesca, infatti, «provvista di un’anima unificata da un’ideologia, marcia in una direzione. Grazie alla decisione volontaria e alla stabilità, è anche capace del Noi, dell’azione comune in grado di attaccare frontalmente il rapporto di dominio esistente. Massa è potere. Questa decisione manca agli sciami digitali: essi non marciano. Si dissolvono con la stessa rapidità con cui si sono formati. A causa della loro fugacità non sviluppano energie politiche. Allo stesso modo, le shitstorms non sono in grado di mettere in dubbio il rapporto di potere dominante: si scagliano soltanto contro singole persone, rendendole oggetto di scherno o di scandalo».

Isole di ego

Anche quando la community si unisce e si indigna – perché, come direbbe Guia Soncini, viviamo nell’era della suscettibilità, come recita il titolo dell’omonimo saggio – la sua coesione è fittizia, così come la sua empatia è simulabile, la sua compostezza priva di regole. «La società dell’indignazione», prosegue Han, «è una società sensazionalistica, priva di contegno. L’insistenza, l’isteria e la riottosità tipiche della società dell’indignazione non ammettono nessuna comunicazione discreta, obiettiva, nessun dialogo, nessun discorso. Il contegno, però, è costitutivo per la sfera pubblica; la distanza, però, è necessaria per la costruzione della sfera pubblica. Le ondate di indignazione, inoltre, presentano un’identificazione minima con la società, dunque non costituiscono alcun Noi stabile, che mostri una struttura di cura per la società nel suo complesso».

Ma del resto come si può parlare di cura se nel digitale ci rapportiamo esclusivamente con noi stessi e/o con le nostre proiezioni? Il narcisismo digitale e l’estrema personalizzazione del nostro Sé non solo divorano le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa, ma trasformano la nostra soggettività in qualcosa di simile a un oggetto, a un progetto auto-performante. Addirittura per Vilém Flusser, che sostiene una visione “messianica” del digitale, siamo destinati a essere meno soggetti anche perché «non esistono più oggetti di cui potremmo essere i soggetti, né esiste alcun nucleo duro che possa essere il soggetto di un qualche oggetto». Siamo, in sostanza, «un punto di snodo di virtualità che si incrociano».

Peccato che a Flusser, che affermava ciò agli albori della comunicazione digitale, fosse sfuggita la previsione sulla natura degli incroci, che sono alla base della rete. Perché è vero che da lontano i punti che ci connettono disegnano un paradiso di anime, ma, visti da vicino, potremmo imbatterci in banali “isole di ego”. E il rischio è che anche il Noi sia un miraggio, «un punto di snodo di possibilità».

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