22.11.2021

Internet gentrificato

Parliamo di monopoli tecnologici, gentrificazione, net neutrality, metacapitalismo e soluzioni hacker.

Questo articolo è estratto da Dylarama, la newsletter settimanale a cura di Siamomine su tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.
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Se siete dei technostalgici che ricordano il primo Internet come un posto decisamente migliore di quello che sperimentiamo oggi, la vostra memoria non vi sta ingannando, avete perfettamente ragione.

Allo stato attuale, infatti, le piattaforme digitali sono diventate un posto dove la vita è particolarmente stressante e dove sembra impossibile trovare spazio per un’alternativa sostenibile alle dinamiche imposte e al clima di ansia e competizione che ne deriva: insomma, Internet oggi sta assumendo sempre più le sembianze di un ambiente gentrificato.

Lo spiega bene questo articolo dell’autrice Jessica Lingel su The Reboot che racconta come la nascita di un monopolio tecnologico tra le Big Four della Silicon Valley e i principali operatori via cavo sia stata determinante nel creare un universo digitale avverso alla democrazia e all’inclusività.

«Big Tech has a vested interest in making users feel powerless, and that the internet we have was inevitable. If we only hear about the biggest companies, we only get their vision of how the internet came to be. If we want to learn about alternative routes that the internet could have taken — and can still take — then we need to think about the platforms and communities that have been pushed out.»

La gentrificazione qui è una metafora particolarmente efficace per descrivere i cambiamenti di potere e controllo che hanno caratterizzato l’evoluzione di Internet negli ultimi anni. Se pensiamo ai processi attraverso i quali intere aree popolari di una città vengono trasformate in quartieri borghesi, per non dire yuppies, non è difficile riconoscere lo stesso schema nella trasformazione degli spazi online.

Nelle città, la gentrificazione crea nuove opportunità per il mercato immobiliare e per i newcomers benestanti a danno dei residenti di lunga data che vengono costretti ad allontanarsi; allo stesso modo, le grandi piattaforme tecnologiche stanno creando un ambiente sempre più ostile ed esclusivo nei confronti delle piccole piattaforme e degli utenti in cerca di un utilizzo alternativo dei canali digitali.

Come racconta questo articolo pubblicato su Vice US si tratta di un tema centrale nel dibattito politico contemporaneo, soprattutto in America, dove democratici e repubblicani si stanno contentendo proprio in questi giorni il quinto posto vacante nella commissione della Federal Communications Commission (FCC), agenzia governativa con un ruolo determinante nella regolamentazione del monopolio tecnologico.

La posta in gioco è il ristoro della net neutrality, un principio giuridico – ufficialmente abrogato nel 2018 negli USA – che individua Internet come un bene comune e che ha il potere di impedire agli ISP (provider di servizi Internet e telefonici) di bloccare, rallentare o far pagare differentemente l’accesso ai dati.

«People desperately want alternatives on the menu––services with better privacy protections and more transparent content moderation practices. But if we don’t restore the rules that prevent Big Tech monopolies from joining in unholy matrimony with Big Telecom monopolies, we’ll be stuck eating whatever the Mark Zuckerbergs of the world decide to serve up––forever.»

A proposito di Mark Zuckerberg, questo approfondimento di The Conversation sottolinea come il rebranding di Facebook in Meta sia un passo ancora più preoccupante nella direzione del monopolio tecnologico e nell’ascesa di un metacapitalismo finalizzato all’utilizzo della tecnologia per modellare, sfruttare e trarre profitto da ogni azione umana.

Il metaverso potrebbe rappresentare l’approdo più estremo degli interessi commerciali che muovono oggi le tech companies: un mondo virtuale completamente commercializzato alimentato dallo sfruttamento insostenibile delle risorse naturali, dalle ingiuste condizioni di lavoro globale e dalla costante invasione della privacy dei dati degli utenti per un guadagno finanziario privato.

Guardando le cose da questa prospettiva, è sempre più difficile immaginare soluzioni dal basso per ribaltare le dinamiche imposte dal monopolio tecnologico o trovare spazi dove sfruttare le potenzialità del mondo digitale per il bene comune, o quanto meno per scopi che prescindano la commercializzazione dei dati. La domanda potrebbe essere, quindi, se è ancora possibile immaginare forme di resistenza dentro un Internet gentrificato.

Nel suo articolo su The Reboot Jessica Lingel individua come soluzione quella di muoverci online come fossimo attivisti piuttosto che consumatori, proprio come un gruppo di abitanti marginalizzati reagirebbe alla progressiva gentrificazione del suo quartiere.

Come scrive l’autore Brett Scott in un approfondimento su Aeon, però, l’approccio attivista potrebbe non essere sufficiente, guardando invece alla figura degli hacker per individuare un modo di operare dentro il sistema cercando di cambiarne la struttura, aprendone i confini e giocando con le sue regole.

«A figure of economic power such as a factory owner builds a machine to extend control. The activist Luddite might break it in rebellion. But the hacker explores and then modifies the machine to make it self-destruct, or programs it to frustrate the purpose of its owners, or opens its usage to those who do not own it.»

La gentrificazione, in quanto processo di mitigazione dell’alterità, che viene riconfezionata per conservarne solo gli elementi desiderabili dalla sensibilità mainstream, rappresenta una minaccia per qualunque forma di opposizione, che viene presto riprodotta e trasformata in elementi di innovazione o “creatività disruptive”. Vivere in un Internet gentrificato allora, richiede forme di resistenza sempre più sottili, imprevedibili e non convenzionali, oltre alla necessità di riconquistare spazio per costruire alternative sostenibili alle piattaforme che utilizziamo oggi.

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