26.04.2023

La crisi climatica che i social non raccontano

Il successo di pagine Instagram che raccontano la meravigliosa vita mediterranea, lanciano messaggi negativi?

Da qualche mese a questa parte, Instagram mi propone quasi esclusivamente vedute dell’Italia. Il mio canale di ricerca contiene soltanto e soprattutto reel di borghi a picco sul mare, piazze, caffè, barche che si dondolano all’orizzonte, botteghe, sontuosi cortili. Signore in abiti smanicati si affacciano al davanzale di una finestra. Lenzuola stese ad asciugare vengono sollevate da una tenera brezza primaverile.

Immortalare scene quotidiane che sembrano spontaneamente e casualmente pittoresche ha assunto le caratteristiche di un trend: dal Veneto alla Puglia, dai centri urbani alla riviera proliferano languidi paesaggi, continuamente rilanciati e ricondivisi.

La pagina @italysegreta, legata al magazine a scadenza mensile fondato nel 2020, vanta più di 500mila seguaci. @therainbow­_is_underestimated addirittura 91mila. L’estetica è pressoché indistinguibile: iconici volti in primo piano, folti capannelli riuniti sulle spiagge, donne di spalle tra le corsie del supermercato, ma anche nature morte – anguria tagliata a pezzi, cestini di albicocche, piatti di pasta.

Il profilo @vita____lenta pubblica brevi filmati proposti dagli utenti in cui si consumano attività di pensosa e sensuale indolenza, come appisolarsi sulla spiaggia, sbucciare a mano i piselli seduti sul ciglio della strada, passeggiare, contemplare il mare, rivolgere la faccia al sole. Recentemente il canale è stato intervistato da Esquire, dove il fondatore Gianvito Fanelli ha dichiarato: «Due o tre anni fa, tornando per le vacanze a Conversano, la mia città, ho iniziato a notare alcuni dettagli che fino a quel momento avevo ignorato, o ai quali non avevo dato peso […] Così ho iniziato a fare delle stories, accompagnate dalla didascalia “vita lenta”. Da subito ho iniziato a ricevere un riscontro positivo, quasi entusiastico, dalle persone che seguivano».

Ma anche le altre pagine sembrano capitolare di fronte all’apologia dell’autenticità. «On the appreciation of life’s small pleasures», afferma @italysegreta nella sua bio.

Pare che il web stia tirando un unanime sospiro di rimpianto. Tra le storie in evidenza di @vita___lenta sono raccolti alcuni commenti dei fruitori più appassionati: «Siete la mia carezza quotidiana, in un mondo che va sempre più veloce», oppure «È soprattutto di un forte impatto psicologico e filosofico: in un mondo che va sempre più veloce è importante accorgersi che siamo animali lenti». Si tratta dell’ennesima dimostrazione che il mito della metropoli ha esaurito la sua presa sull’individuo. Semplicemente, non fa più gola. Lo sguardo si muove alla ricerca di dettagli fuori dal quadro, anzi, fuori dal tempo, letteralmente immobili, cristallizzati.

Ciò che questi fenomeni virtuali faticano a comprendere è che nessun luogo è immune da questo sentimento di fine, o meglio, di separazione.  

Dimensioni digitali tipo @italysegreta solleticano il neologismo di matrice angloamericana secondo cui chiunque viva in Italia si dedica indefessamente al principio della “dolce vita”, al “dolce far niente”. Riposano sull’assunto che vi sono aree incorrotte per definizione, placide e beate, sulle quali splende sempre il sole e le tavole sono sempre imbandite.

Nella realtà però le cose non stanno esattamente così.

Il nostro è certamente il Paese delle grandi abboffate e del clima da cartolina, ma al giorno d’oggi quest’ultimo è frutto di un riscaldamento della temperatura che rende roventi le estati e tiepidi gli inverni. Il caldo si diffonde già con le prime avvisaglie del mese di febbraio e si trascina oltre ottobre. È come abitare sotto il cielo di un’imperitura, artificiale primavera. Le oscillazioni metereologiche rendono il letto del fiume Po cronicamente disidratato e contemporaneamente aumenta la possibilità di disastri naturali. È diventato virale il video di un coltivatore di Foggia che piange sui suoi tulipani distrutti dalla grandine. Nel frattempo, il Veneto ha già predisposto un piano d’emergenza per contrastare la siccità, che durante l’estate 2023 risulterà ancora più recrudescente di quella dell’anno prima. 

Una coltre di smog è ormai calata sui centri abitati. La settimana scorsa Milano era la terza città più inquinata del mondo. L’intera Pianura Padana langue in carenza di pioggia.

Sembra una sequela infinita di appelli al terrore, ma è la circostanza in cui versa buona parte del pianeta.

Oltretutto, i cambiamenti climatici sono solo la punta dell’iceberg di un principio di frustrazione ben più trasversale. A causa dell’aumento dei prezzi moltissime, storiche attività sono costrette a chiudere. Gli artigiani ripresi da Instagram all’interno dei suoi video, intenti a lavorare al fondo di officine in penombra sono, loro malgrado, prossimi all’estinzione.

A intervalli regolari, spuntano sfoghi di giovani alle prese con il mercato immobiliare, l’affitto di un appartamento, stipendi troppo bassi e contratti precari. Di recente, le testate di maggior rilievo della nazione si sono scagliate in un tiro al piattello sui pro e i contro di abitare a Milano, finendo quasi tutte per concordare che è diventata un’impresa possibile solo a chi è ricco o in carriera.

Certo, scorrere gallerie di foto che mi ricordano che abito luoghi per certi versi ancora distrattamente sublimi è consolante. Ma rischia di trarre in inganno coloro che vivono altrove e spesso si trasferiscono in Italia con la pretesa che si presenti tale e quale alla sua versione potenziale: com’è successo alla studentessa americana Stacia Datskovska. Dopo un periodo trascorso a Firenze, è tornata a casa dichiarandosi mortalmente delusa: le università sono lontane dal centro, si bivacca all’interno di bar turistici che decisamente non sono pensati per accogliere studenti. Per giunta, amici e colleghi durante il fine settimana la lasciavano sola per dedicarsi a viaggi di piacere, ma non a bordo di un’auto decappottabile lungo i filari del Chianti. Secondo la sua esperienza, andavano all’Oktoberfest o in Croazia.

Ma come, viene da chiedersi, con l’imbarazzo della scelta che offrono le mete italiane?

A proposito di Firenze, il 19 marzo gli attivisti di Ultima Generazione hanno imbrattato la facciata di Palazzo Vecchio per protestare contro i sussidi governativi volti a finanziare e a sostenere l’industria fossile. Come molti sanno o hanno visto, il sindaco Dario Nardella è stato filmato mentre si avventa su uno dei ragazzi coinvolti nell’azione.

Subito dopo, è partito il rituale coro a sostegno o a condanna dell’episodio. Quello che mi ha colpito di più proviene dalla divulgatrice green Alice Pomiato: «Sindaco, lei lavora per una città che entro trent’anni avrà il clima di Tunisi, le cui case non sono state progettate per il clima di Tunisi. L’anno scorso mi sono trasferita a Firenze e speravo di innamorarmi della sua città, invece dopo dieci mesi sono scappata […] Non è una città per cittadini […] È una città completamente asservita al turismo di massa e non ti fa sentire a casa, non ti fa sentire la benvenuta. Trovare una casa è stato un incubo, ogni spazio pubblico è stato privatizzato ed è dedicato a catene di fast fashion e fast food […] Nardella, visto che sono serviti cinquemila litri d’acqua per pulire la facciata di Palazzo Vecchio, ci fa due conti e ci dice quanta acqua serve per mantenere in piedi tutta questa giostra meravigliosa che è Firenze? Ci fa anche due analisi dell’Arno e ci dice cosa ci ha sversato dentro?».

La furia nei confronti dei capoluoghi della penisola ha colpito anche Roma, per secoli depositaria di tutta la magniloquente trascuratezza nostrana, e oggi accusata di incuria, malavita, pattume che pasce agli angoli delle strade e cinghiali che circolano in libertà.

Sarebbe riduttivo catalogare questa insofferenza come il tipico disfattismo italiano fine a se stesso.

Le riprese che i social network propongono dell’Italia non sono finte: ci sono eccome panorami e tramonti mozzafiato, compagnie di amici che si riuniscono per pranzare all’aperto, gondole che solcano le acque di Venezia, coppe di gelato, cornetti alla crema, donne in grembiule che farciscono a mano i ravioli.

Solo occorre considerare la crepa distopica che ammanta questi scorci per evitare di ridurli alla caricatura di loro stessi.

Secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC del 2022, i rischi del cambiamento climatico sono particolarmente elevati per le persone e gli ecosistemi presenti nel bacino del Mediterraneo. Questo accade a causa della combinazione di vari fattori: le ondate sempre più virulente di calore, una popolazione in crescita, la scarsità di risorse idriche, la perdita di biodiversità.

In particolare, l’innalzamento del livello del mare potrebbe raggiungere valori prossimi al metro nel 2100. Se le emissioni prodotte dai gas serra non dovessero cessare o diminuire, le conseguenze più evidenti consisterebbero in inondazioni ed erosioni. Le coste sabbiose strette, memori di tutte le nostre estati, sarebbero prossime alla scomparsa.

Insomma, le regioni a ridosso del Mediterraneo versano in una condizione di grave pericolo. In un futuro prossimo, potrebbero non esserci più.

Certe immagini, certe figure rappresentano dunque le poche, rimanenti tracce di un mondo destinato a morire, o quantomeno a cambiare. I contenuti mediatici che tratteggiano un Paese da capogiro nel quale tutti sono felici, rilassati e romantici non sono semplicemente illusori: stanno inconsapevolmente formando un inventario di ricordi.

Invece di alimentare un idillio utopico, bisognerebbe accettare che non c’è vita lenta o segreta che tenga di fronte al progressivo usurarsi del mondo per come lo conosciamo.

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