23.12.2022

Fine networking mai

Perché il lavoro freelance è basato tutto sulle pubbliche relazioni

Nuova relazionalità digitale

Durante una riunione di Redacta a Roma, tra freelance dell’editoria, giovani con velleità ed esperte navigatrici del settore librario, a un certo punto una ragazza azzarda: “Ma non siamo qua anche per scambiarci contatti? Per fare un po’ di networking?”. Quando è successo, prima ho trovato la domanda urticante, e poi ho deciso di ossessionarmi per giorni fino a scrivere questo articolo.

Networking è sicuramente un’espressione più à la page di riunione, me ne rendo conto, così come mi rendo conto che forse, a uno sguardo più accorto, non stiamo parlando di cose così distanti quando si tratta di lavoro freelance, un altro modo di guadagnare soldi che porta con sé determinate pratiche e meccanismi di ricerca del lavoro.

Per come il lavoro autonomo è conformato, infatti, non può forse lo stesso luogo in cui si parla delle problematiche lavorative condivise dare adito al “Da cosa nasce cosa”?

Che l’aperitivo con i colleghi di altri amici diventi anche occasione di networking è pacifico, così come per chi lavora in editoria le fiere, i festival, le presentazioni di libri sono momenti importanti di incontro. E incontrarsi significa anche stringere contatti professionali.

Alessandro Gandini nel suo Freelance riporta un discorso che centra perfettamente il tema: «Come raccontano Keith Randle e Nigel Culkin usando le parole dei lavoratori dell’industria del cinema nel Regno Unito, in gran parte freelance, da loro intervistati: “Lavorare è divertente; trovare lavoro è il vero lavoro”».
Ovvero: il lavoro autonomo è quel modo non solo di guadagnarsi il pane, ma anche quello di pensare a come guadagnare il prossimo mentre si sta mangiando quello presente.

Per il pubblico di questo magazine sarà forse un dato assodato come nei settori culturali e creativi lavorare da freelance non sia in molti casi un’opzione: se vuoi fare certi lavori, è probabile che dal tuo orizzonte mentale debba scomparire l’idea del posto fisso (come è possibile che quel posto fisso magari nemmeno lo voglia tu).

Capitalismo della reputazione, lavoro relazionale, formazione continua: tutti questi sono gli elementi para-lavorativi che informano la condizione del lavoro freelance.

E sarà altrettanto noto, quindi, riconoscere come, oltre a lavorare, bisogna di continuo procacciarsi potenziali committenti e progetti. In aggiunta, altre energie (economiche, m mentali, di tempo) vengono messe al servizio della costruzione della propria credibilità, online e offline, legata alla propria professionalità (allenata con corsi, aggiornamenti, lezioni).
Capitalismo della reputazione, lavoro relazionale, formazione continua: tutti questi sono gli elementi para-lavorativi che informano la condizione del lavoro freelance.

A costo di sembrare ridondante, mi interessa indugiare sul sostantivo ‘lavoro’; per decenni siamo stati letteralmente circondati dalla vulgata secondo la quale avere partita iva equivale a essere un imprenditore. A questo proposito, mi piacerebbe sapere quante delle persone che leggono e hanno partita iva si sentano imprenditori: credo poche.

In questo senso, è necessario mettere a fuoco il lavoro freelance per quello che è: la spia di una trasformazione più ampia del modo in cui facciamo le cose, produciamo e lavoriamo, che prende sempre più piede.

Tra gli addetti ai lavori, oggi sembra essere sempre più capillare la presa d’atto che i freelance sono una variazione sul tema della forza-lavoro; lavoratori e lavoratrici che hanno bisogno di modi e momenti di stare insieme. Per discutere, per aiutarsi, per scambiarsi contatti, per mobilitarsi contro situazioni ingiuste, nonostante lo sforzo neoliberista degli ultimi anni quarant’anni sia stato quello di farci credere che siamo individui e non società, e che il lavoratore freelance sia naturaliter ancora più individuo e ancora meno società.

Molte parole sono state spese su quello che sembra essere l’impianto antropologico tipicamente individualista che sostanzia la Weltanschauung del lavoratore freelance, e uno dei primi che ha posto il tema in Italia è stato Sergio Bologna: parlare di lavoro freelance oggi non può prescindere dalle sue ricerche.

Al proposito, nel suo “La New Workforce”, Bologna parla di come l’ideologia individualistica strombazzata tanto dai media quanto dalle scuole di management negli anni Ottanta: «hanno creato un archetipo di lavoratore indipendente, un cliché del freelance, come eroe solitario che, appoggiandosi esclusivamente sulle proprie doti individuali di carattere, aggressività, flessibilità, voglia di successo, desiderio di emergere e in parte anche sulle sue risorse intellettuali e skill professionali, si fa largo nel mercato globale con il suo personal computer e il suo iPhone […]. Questa immagine neoliberale del lavoratore postfordista assomigliava assai più a quella di un imprenditore che a quella di un lavoratore conto terzi».
O, ancora, sempre da Gandini: «Il freelance nell’immaginario collettivo è un creativo e un intellettuale, idealmente con il dono della scrittura, che mette insieme come in un Negroni ben fatto un terzo di ethos artistico, un terzo di pubbliche relazioni e un terzo di imprenditorialità manageriale».

È un paradigma socio-culturale che ha agito sotto la pelle della nostra società, a tratti in modo così inconscio che persino articoli puntuali e analitici non parlano dei lavoratori freelance, ma del lavoratore freelance – come se sembrasse bizzarro dare forma plurale a una condizione che sembra prettamente singolare.

E tuttavia i tabù, prima o dopo, si abbattono; quello è possibile vedere non da oggi ma da tempo è che i freelance, da veri lavoratori, cercano i modi per connettersi gli uni agli altri.
Quella domanda durante la riunione di Roma mi ha urtata non perché non avesse senso di esistere ma perché non amo il termine ‘networking’: è un anglicismo che nasconde un mosaico complesso di processi e dinamiche che costituiscono lo stare-insieme dei lavoratori freelance. Per dirla meglio: il networking è il terreno fertile per altri fenomeni che riflettono la spinta alla collettività, all’aggregazione.

In primo luogo, ovviamente, non si può non considerare che Internet rappresenta forse il primo snodo essenziale per il lavoro dei freelance, essendo essi: «[…] una delle figure professionali centrali della nuova economia che nelle tecnologie digitali trova il suo terreno di sviluppo, per accedere a risorse e intermediare processi».

Il lavoro autonomo di seconda generazione non avrebbe le sembianze odierne se non ci fossero state le tre grandi rivoluzioni tecnologiche: la diffusione delle telecomunicazioni mobili, di Internet e dei social media, le quali hanno fatto sì che gli individui diventassero “networked individuals”

Il lavoro autonomo di seconda generazione non avrebbe le sembianze odierne se non ci fossero state «le tre grandi rivoluzioni tecnologiche: la diffusione delle telecomunicazioni mobili, di Internet e dei social media» le quali hanno fatto sì, secondo Lee Rainie e Barry Wellman, che gli individui passassero a diventare persone connesse (‘networked individuals’): figurarsi quando, per lavoro, si vive in un mondo a forma di rete, dove contatti e connessioni si producono e attivano senza necessariamente passare da un incontro di persona, un evento di networking o un aperitivo.

Ma c’è vita prima, dopo, e anche al di là di Internet. Se si parla di comunanza di intenti e prossimità fisica, possiamo schematizzare l’esistente in tre forme principali di comunità freelance, che rispondono a bisogni diversi a partire da una radice comune: condividere.

Esistono, ad esempio, i collettivi/raggruppamenti/network di freelance, quelle entità che possono proporre al committente il cosiddetto “pacchetto completo”. È principalmente una dinamica lavorativa che però non esclude fenomeni di  mutui aiuto e assistenza: potendo contare proprio sulla leva del pacchetto completo, c’è la possibilità che si riescano a contrattare compensi dignitosi con il cliente. I network di professionisti sono anche quei luoghi dove, nelle parole di Maurizio Busacca «lo sviluppo di progetti congiunti accentuano l’interdipendenza tra gli attori e generano vere e proprie comunità di progetto caratterizzate da elevati livelli di competenza».Resta, tuttavia, una modalità in cui l’incontro dal vivo può anche non accadere mai: in questo senso, agli antipodi si posiziona la realtà del coworking, in cui predomina la caratteristica della condivisione di tempo e di spazio.

«Algoritmi razzisti»

È vero che, come rileva Michele Magnani in un articolo del 2015, «[…] nel coworking i freelance hanno trovato casa o se vogliamo cittadinanza, il riconoscimento di una professionalità […]» ma, in ogni caso, c’è da anni la curiosità di studiosi ed esperte per capire «[…] se il coworking, che è già una solida realtà, possa svolgere il ruolo di “catalizzatore” verso il riconoscimento dei freelance come soggetto collettivo ed eventualmente una sua organizzazione politica, nel senso civico e non necessariamente partitico del termine», citando di nuovo il testo di Gandini.
Quando, poi, sia che si frequenti un coworking sia che si lavori in una rete di professionisti, ci si rende conto che quotidianamente tutti combattiamo con gli stessi problemi – ecco, è in quel momento che avviene un flagrante cambio di paradigma: non siamo (tutti) micro-imprenditori, siamo lavoratori.

Al di là della collina c’è la possibilità della coalizione: mettersi insieme per valere come soggetto collettivo, portare le proprie istanze, rivendicare un lavoro migliore, chiedere con forza un bilanciamento tra tempo di lavoro e non-reperibilità, arrivando perfino ad accarezzare l’ipotesi della contrattazione collettiva per freelance.
E a suggerire tale orizzonte di azione non è un facinoroso bollettino trockista: ce lo dice la Commissione Europea.

La notizia è di fine settembre: le nuove linee guida europee aprono anche ai freelance la possibilità della contrattazione collettiva.
Fino a oggi, per l’Unione Europea i lavoratori autonomi erano assimilati alle imprese e, in questo senso, la contrattazione collettiva, rappresentando una limitazione alla concorrenza, veniva esplicitamente vietata dall’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).
Questa non è solo un’ottima notizia per chi scrive – e per molti di quelli che leggono, suppongo – ma anche, da un punto di vista squisitamente concettuale, una granata semantica che risignifica profondamente il lavoro autonomo.

È un segnale importante che, a livello di istituzioni europee, venga riconosciuto un fatto che sta sotto gli occhi di tutti: non solo il modo in cui produciamo le cose è cambiato in parallelo al tipo di merci e servizi profondamente diversi rispetto al passato, ma anche quello che ci sovviene come subitanea immagine mentale quando pronunciamo la parola ‘lavoratore’ è in via di ridefinizione.

Sempre Gandini scrive nel suo testo come il lavoratore freelance sia: «[…] incastrato dentro un sistema che definisce la sua professionalità come “atipica” o “non-standard”, un sistema che per tantissimo tempo si è retto su dicotomie – salariati-datori di lavoro, capitalisti-proletari – a cui il freelance sfugge e per certi versi, ontologicamente, si ribella».
L’esternalizzazione, e cioè ricorrere a collaboratori esterni – nelle case editrici, nei giornali, nelle agenzie, etc. – è una tendenza che non accenna a invertire la propria rotta, così come i freelance non sono in via di estinzione, anzi: sono vivi, vogliono incontrarsi, fare networking, lavorare insieme, parlare dell’INPS, sentirsi parte di qualcosa. Sono lavoratori.

Mi ricordo come tutto sia partito da una domanda sul networking e mi viene un po’ da ridere: è una parola che non descrive nulla ma che fa scrivere articoli.

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