La prima inquadratura della videochiamata lo coglie con una tazza di caffè in mano. Sto fumando, mi dice che «non c’è immagine più italiana con la quale potevamo cominciare». Sulla parete alle sue spalle ci sono una Union Jack piegata in-folio e un Mao Tse-Tung. James Montague parla, beve, gesticola, ha voglia di raccontare, di spiegarsi, di spiegare.
Ci sentiamo qualche giorno prima che arrivi in Italia per la presentazione del suo libro: Ingolfato. Come l’Arabia Saudita ha comprato lo sport. Il giorno successivo ci incontreremo finalmente di persona per un caffè in uno degli angoli di San Lorenzo: io, come al solito, fumerò; lui sarà eccitato perché la sera stessa scenderà in campo per una partita di calciotto, tra i pali, un ruolo nel quale ha giocato spesso durante le sue peregrinazioni, l’ultima a Istanbul, mi ha raccontato.
Ingolfato è il secondo libro di Montague che arriva in Italia, dopo Fra gli ultras, entrambi pubblicati da 66thand2nd. È un libro fatto di domande, più che di risposte, ed è per certi versi inquietante. Qui la narrazione di Montague viaggia su due binari paralleli, che poi, in realtà, convergono e si sovrappongono. Da una parte racconta bin Salman, il principe ereditario saudita, la sua maniera lenta, inesorabile, soverchiante di scalare in modo shakespeariano le gerarchie della successione reale saudita. Dall’altra rievoca la maniera altrettanto lenta, inesorabile, soverchiante con cui l’Arabia Saudita ha cominciato a comprare lo sport, tutto, con l’intento di dominare tutti.

SM: La mia prima curiosità è: come hai sentito l’urgenza di raccontare questa storia? Perché sei passato da una dimensione molto popolare, tangibile, come i movimenti ultras, a un tema così intangibile?
JM: Per me in realtà sono estremamente collegati. Il libro sugli ultras è stato il mio quarto libro, prima avevo scritto molto sul Medio Oriente. Il mio primo libro era proprio sul calcio in Medio Oriente. E il mio terzo libro parlava dei miliardari che si stavano impossessando del calcio, una storia che parte per certi versi da Silvio Berlusconi, il punto zero del moderno proprietario di club calcistici, cioè qualcuno che ha capito il valore politico, oltre che economico, di possedere una squadra di calcio. Entrambi quei libri, When Friday Comes e The Billionaire’s Club, avevano però un buco al centro: l’Arabia Saudita. Durante la lavorazione di When Friday Comes sono andato in tutti i paesi del Medio Oriente. Sono riuscito a entrare in Iraq nel 2007, nello Yemen prima della guerra civile, in Siria prima della caduta di Assad, in Iran durante la rivoluzione, in Egitto durante la rivoluzione… ovunque. L’Arabia Saudita invece era praticamente off limits. E uno dei punti chiave in The Billionaire’s Club era proprio l’ascesa del Golfo. La storia cioè di come il Golfo — attraverso gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e in misura minore il Bahrein — sia arrivato a dominare lo sport, usandolo come strumento politico, come strumento di soft power. E poi, all’improvviso, l’Arabia Saudita è esplosa sulla scena. Per me era assolutamente il pezzo mancante del puzzle. E il modo in cui hanno fatto irruzione è stato eclatante, oltre che molto in stile saudita: in fondo l’Arabia Saudita è un paese molto più grande, con riserve petrolifere molto più ampie rispetto al resto del Golfo. Quando sono entrati nel mercato, dopo il 2015 — con la morte di re Abdullah, l’ascesa del figlio Salman bin Abdulaziz Al Saud al trono e la conseguente ribalta del principe ereditario Muhammad bin Salman — si sono da subito dedicati a perseguire il dominio dello sport a fini politici, e lo hanno fatto in maniera tipicamente saudita: con enormi quantità di denaro e con la consapevolezza che l’Occidente avrebbe accettato quasi qualsiasi cifra. Perché vedi: in Occidente tutto e tutti hanno un prezzo. Osservando questo sviluppo, e poi – con l’omicidio di Jamal Khashoggi – il modo in cui lo sport è stato usato per ripulire la reputazione del paese, ma anche per radicarsi nell’architettura culturale occidentale, ho capito che quella era la più grande storia in campo sportivo, senza dubbio, quella che avrei dovuto raccontare. Perché non ha a che fare solo con il calcio, ma praticamente con ogni disciplina sportiva. E non solo. Ho sentito la necessità di spiegarlo. In un certo senso, se ci pensi, era la perfetta prosecuzione dei due libri precedenti su quel quadrante geografico.
SM: Parliamo allora dell’Arabia Saudita e del programma Vision 2030, nato come piano per ridurre la dipendenza dal petrolio, anche attraverso lo sport. Non sembra anche a te che lo sport sia diventato, alla fine, l’aspetto più importante? E poi: credi stia funzionando davvero?
JM: L’idea dietro a Vision 2030 è assolutamente sensata. Se sei l’Arabia Saudita e guardi la tua economia, l’80% delle entrate deriva dal petrolio. A un certo punto — un’invenzione tecnologica che rende il petrolio obsoleto? la sua fine? — potresti rischiare di trovarti in una posizione estremamente vulnerabile. L’idea di diversificare l’economia, quindi, è saggia. Nella versione originale di Vision 2030 lo sport c’era già. Nel discorso del 2016, quando Muhammad bin Salman (d’ora in poi MBS, NdR) lo annuncia come progetto di punta, lo sport viene presentato come cruciale. La popolazione saudita è giovanissima, il 70% ha meno di 30 anni. Lo sport diventa quindi un modo “non politico” per coinvolgere i giovani: qualcosa che impatta la loro vita, però allo stesso tempo anche una distrazione stile panem et circenses. La differenza è l’attitudine — e non so dire se sia un successo o meno —: cioè quel che succede quando MBS si trova a dire: «Se lo sportwashing mi porta anche solo l’1% di PIL, allora che sportwashing sia».
Il punto è che Vision 2030 dovrebbe far crescere il PIL. L’acquisto del Newcastle United (avvenuto nel 2021 per mano del PIF, cioè il Fondo Pubblico per gli Investimenti del Reame) aumenta il PIL saudita? No. In realtà molti di questi investimenti nello sport non incidono né sull’occupazione giovanile, né aumentano il PIL in alcun modo. Allora qual è il valore di Newcastle United per lo Stato saudita?
Quando il PIF ha finanziato la maggioranza dell’acquisto, ha sostenuto davanti alla Premier League che non fosse parte dello Stato saudita. Però, allo stesso tempo, fonti governative hanno contattato l’allora premier Boris Johnson facendogli sapere che se l’acquisto non fosse andato a buon fine ci sarebbero state ripercussioni negli investimenti sauditi in Gran Bretagna.
Ecco qual è il valore del Newcastle United per lo Stato saudita. E per la Gran Bretagna.
SM: Quindi questo spiega anche l’interesse per boxe, golf, tennis, e persino e-sports, discipline che non hanno lo stesso impatto economico del calcio?
JM: Il calcio muove tantissimo denaro, ma non produce molto profitto. Come ha scritto David Goldblatt, il profitto medio di un club di Premier League è più o meno paragonabile a quello di un supermercato Tesco: a volte un Tesco fa addirittura più utili in un anno di un club di Premier League. Quindi non è che il calcio sia particolarmente redditizio. Certo, puoi vendere il club dopo anni e guadagnare sull’apprezzamento del valore, ma sul profitto annuale non è che guadagni molto. Altri sport, invece, sì: il golf, per esempio, può essere estremamente redditizio, però devi entrare nel sistema per dominarlo, che è esattamente quello che l’Arabia Saudita ha provato a fare creando un circuito parallelo a quello tradizionale, al PGA, la LIV Golf: l’obiettivo qua è diventare un disgregatore, inserirsi e poi razionalizzare il business. Come? Spendendo cifre folli per ingaggiare i golfisti. Jon Rahm è stato pagato una cifra ridicola, si parla di 400 milioni di dollari. Tiger Woods aveva ricevuto un’offerta di un miliardo per passare dalla PGA alla LIV. Questi soldi, però, non si recuperano.
Il pugilato è stato uno dei primi sport a essere investito dai soldi sauditi, ma forse dipende dalla sua innata e immorale fame di denaro.

Gli e-sports, invece: sono fondamentali. Ci sono più investimenti lì che in tutte le altre discipline messe insieme, e il motivo è semplice: hanno un impatto diretto sull’occupazione. Programmatori, sviluppatori, creatori di videogiochi. La società saudita poi è proprio una società di gamer. A partire da Mohammed bin Salman, che è un accanito fan e giocatore di League of Legends. È ovviamente lui la forza trainante dietro alla decisione di ospitare la Coppa del Mondo di e-sports a Riyad ogni estate, anche se fuori ci sono 50 gradi. Quindi sì, c’è una motivazione economica, ma ancora più importante è quel processo che definiamo normalizzazione. Alla fine facciamoci una domanda: chi conosceva davvero il Qatar prima dei Mondiali del 2022? Nel 2010, se chiedevi a cento persone di indicarlo su una mappa, novantanove non ci sarebbero riuscite. Ora tutti sanno dov’è. Gli Emirati Arabi, prima, erano conosciuti al massimo per Dubai. Lo sport è la migliore forma di pubblicità. E i sauditi hanno semplicemente preso la piramide degli sport acquistabili, dal più corrotto al meno corruttibile, e stanno salendo passo dopo passo. Il pugilato è stato uno dei primi sport a essere investito dai soldi sauditi, ma forse dipende dalla sua innata e immorale fame di denaro. Come mi ha detto una volta un giornalista del settore, «se dovessi scegliere lo sport più facile da comprare, la boxe sarebbe il primo della lista». Poi sono arrivati il calcio, il golf, il tennis… L’obiettivo finale sono le leghe USA, le più difficili da penetrare. Ci riusciranno?
SM: Quello che descrivi è un processo apparentemente inarrestabile. Nel 2025, otto anni dopo il lancio di Vision 2030 e a meno di dieci anni dai Mondiali del 2034, vedi ostacoli sul cammino? Per esempio si sta parlando di un potenziale rinvio, se non di una riassegnazione, dei Giochi Asiatici Invernali del 2029…
JM: Che stia avanzando è indubbio. Ma non è un cammino tutto rose e fiori.
Nel libro c’è un intero capitolo che parla del Neom Sports Club. Un club nato dal nulla in una città che ancora non esiste. Molti non sapevano neppure che esistesse questa squadra,, finché non li hanno visti in TV giocare, quest’estate, un’amichevole contro la Roma. Che davvero uno si chiede: «Perché diavolo Neom ha una squadra di calcio?».
Però ecco: Neom, tutto il progetto di The Line (la città futuristica che dovrebbe sorgere nel giro del prossimo decennio, NdR), sembrano un passo forse troppo azzardato. L’Arabia Saudita ci sta ricalibrando l’intera economia nazionale intorno: perché è un progetto finanziato dal PIF, quindi dallo Stato, e sta creando un buco nero finanziario tremendo. È anche vero che, soprattutto nel Golfo, questa ambizione sconfinata, questa hybris sono un po’ una marca distintiva. A volte ha funzionato. A volte no.
Ma se stavolta qualcuno dei progetti altisonanti non si dovesse realizzare, considerando anche i grandi appuntamenti imminenti, allora il problema diventerebbe davvero serio. Prendi i Giochi Asiatici Invernali del 2029: già all’inizio sembrava una follia averli assegnati all’Arabia Saudita, uno scherzo. (Oggi, di fronte all’impossibilità di portare a termine i progetti infrastrutturali necessari a creare le condizioni di un setting adeguato, si sta parlando di un potenziale slittamento, o peggio ancora di una riassegnazione, NdR). Ma anche lo stesso futuro stadio del Neom, che sorgerà all’interno di The Line e sarà una delle sedi dei Mondiali di calcio del 2034, e che esiste ancora solo sulla carta. Le scadenze sono rigidissime, non è che puoi rimandare in infinito. Puoi tirarti indietro, certo: ma quanto sarebbe imbarazzante?
Da un lato, quindi: la visione si sta realizzando. Dall’altro non del tutto. E la parte che continua a viaggiare a spron battuto, ecco, sta costando cifre enormi. Ci sono voci che parlano di disaccordo all’interno della cerchia ristretta di MBS, dove sembra ci si stia chiedendo se ne vale davvero la pena. Non dovremmo guardare di più agli investimenti interni? A progetti che producano davvero utili, anziché questi grandi altisonanti progetti sportivi. È viva, insomma, una discussione nella cerchia ristretta, soprattutto di questi tempi. Si chiedono se l’analisi costi-benefici regga. Se sia saggio continuare a investire nel Newcastle.
Questo non significa, però, che MBS cambierà idea. Non scommetterei sul rovesciamento: in fondo MBS è riuscito a sopravvivere alla più grande controversia della sua carriera (la gestione delle accuse di essere il mandante dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, NdR), qualcosa con cui nessun re o principe ereditario del Golfo si è mai trovato davvero a confrontarsi, dal momento – semplicemente – che i loro regimi non sono democrazie. Ne è uscito, più o meno pulito, e il mondo si è trasformato sempre di più in quello che preferisce, cioè essenzialmente una specie di dittatura tecnocratica autoritaria e strutturata. In fondo questa è l’epoca di Trump, l’epoca dei populismi di destra: un milieu che si inserisce perfettamente nella visione del mondo di MBS.
SM: E poi c’è questa maniera peculiare di gestire il dissenso interno.
JM: Una delle cose che ho sempre un po’ detestato — avendo vissuto a lungo in Medio Oriente — è che ti ritrovi spesso a discutere di democrazia, della natura della democrazia, della natura della libertà all’interno di una società. E sai, la maggior parte delle persone là sono molto conservatrici, lo dicono chiaramente: «Noi siamo una società conservatrice. L’idea di democrazia parlamentare è un’imposizione esterna, dell’Occidente, in contrasto con l’Islam, con altri elementi della nostra società. Non la vogliamo. Non vogliamo queste libertà».
Cosa significa questo? Che quando qualcuno dice, di una società che vive così da cento anni, «posso cambiarla dall’oggi al domani», magari la cambia. La società non si disintegra: rimane latente, però. I giovani abbracciano le libertà, ma dove finiscono tutte le persone che stavano per strada a lavorare per la polizia segreta? Dove sono finiti quelli estremamente religiosi che pattugliavano i fedeli per vedere se pregavano cinque volte al giorno? Non sono spariti. Non sono nei campi di prigionia. Non sono tutti emigrati. Quindi, da qualche parte, ci sono persone molto infelici di quello che sta accadendo all’Arabia Saudita. MBS sta tenendo il coperchio ben stretto, ma ci riuscirà per sempre?

I sauditi hanno capito benissimo che l’Occidente si vende a qualsiasi prezzo.
SM: Questa fagocitazione graduale di alcuni nostri costrutti culturali attraverso lo sport, alla fine, non credi dica più qualcosa sulla nostra società che sulla loro?
JM: Assolutamente. Molti amici arabi mi hanno chiesto, mentre lavoravo al libro: ma perché parli tanto dell’Arabia Saudita? Guarda i tuoi governi. E dopo Gaza questa ipocrisia è ancora più evidente: se mai in Occidente abbiamo avuto un’autorità morale sui diritti umani, ora di certo l’abbiamo persa.
Il mio libro non è per niente “anti-saudita”. Anzi. Racconto sì la storia di persone molto potenti e, in certi casi, spaventose. Alcuni cambiamenti positivi, molti altri negativi. Ma quello che alla fine resta esposto è soprattutto il vuoto morale dell’Occidente. Britannici, italiani, spagnoli… tutti hanno preso soldi dai sauditi.
Come è stato possibile? I sauditi hanno capito benissimo che l’Occidente si vende a qualsiasi prezzo. Per capirne di più ho contattato giornalisti, scrittori, conduttori, sportivi, davvero tantissime persone, perché mi interessava capire con loro come ha fatto l’Arabia Saudita a diventare così importante nel mondo dello sport. Molti di loro si sono rifiutati, alcuni hanno parlato ma non ufficialmente: perché? Perché se si fossero esposti avrebbero ridotto le loro opportunità di guadagno futuro.
Qual è il risultato di tutto questo? Che l’Occidente si è messo in un vicolo cieco. Siamo paesi ricchi, ma abbiamo svenduto e stiamo svendendo i nostri gioielli di famiglia, senza orgoglio né visione. E tutto questo è il frutto, a sua volta, di quarant’anni di neoliberismo. Cinquant’anni fa, in città come Manchester o Newcastle, a forte vocazione operaia, dove ora ci sono una squadra proprietà del fondo sovrano emiratino e una proprietà del fondo sovrano saudita, ci sarebbero state rivolte. Oggi, invece, la gente accetta supinamente. Perché? Perché è stata trascurata troppo a lungo.
SM: Ho apprezzato molto la citazione di Machiavelli che hai posto nell’epigrafe del libro: la scalata di MBS è davvero stata così machiavellica o noialtri occidentali ci abbiamo messo del nostro nell’agevolare i piani?
JM: La frase di Machiavelli la adoro per la facilità con cui viene fraintesa: è meglio essere amati o temuti? Temuti, giusto? In realtà quel che dice è che è meglio essere amati e temuti, ma anche che è quasi impossibile trovare una persona capace di incarnare entrambi gli aspetti. Forse uno dei pochi leader moderni più vicini a essere entrambe le cose, amato e temuto, è proprio MBS. Perché è amato dalla generazione di giovani che prima di lui non aveva nessun diritto civile e culturale, e ora ha qualcosa che si avvicina a quello che vedono in televisione, su internet, che li avvicina al resto del mondo.
Ma allo stesso tempo, questo è anche un uomo che guida una dittatura assolutamente brutale, che mette in prigione gente per un tweet e ce la lascia per venticinque anni, uno che giustizia o fa giustiziare giornalisti per il semplice fatto di averlo criticato. Quindi incarna entrambe le cose.
La mia citazione preferita, in realtà, è quella subito sotto, quella di House of Cards, perché credo mostri la natura del vero potere. «Tu potrai anche avere i soldi, Raymond, ma io ho tutti gli uomini armati».
SM: Una frase, però, che sembra smentire il know how di MBS: potrai avere tutti gli uomini armati che vuoi, ma io ho i soldi. Anche se a pensarci bene servono anche gli uomini armati, quanto meno dalla volontà di appoggiarti.
Ad oggi uno dei partner in crime più conniventi a MBS è Donald Trump, il Presidente degli Stati Uniti. Anche se tra Arabia Saudita e USA il rapporto è sempre stato piuttosto complesso: c’entrano l’11 Settembre, la questione del Golfo, il petrolio, l’assassinio di Khashoggi. Credi che la penetrazione dell’Arabia Saudita nella politica, nell’economia e nello sport USA sia l’ultimo stadio, quello definitivo, del percorso?
JM: Siamo solo all’inizio. Quando il padre di MBS, che è in pessime condizioni, ultraottantenne, non ci sarà più, quello sì che sarà un momento totemico nella politica mondiale. MBS diventerà ufficialmente, anche se già oggi sembra essere il re de facto, il sovrano dell’Arabia Saudita. E a meno che non lo ammazzino, o non abbia problemi di salute, su quel trono è destinato a rimanerci per almeno mezzo secolo. Per quanto riguarda il rapporto con gli USA, MBS ha capito molto velocemente la natura transazionale di Donald Trump e di questa ala del nuovo Partito Repubblicano, e ha capito molto velocemente che queste sono persone che, pur provenendo da culture diametralmente opposte, condividono questa idea della politica del “big man”, sai, quella che dice metti grandi personalità in una stanza e le cose si risolveranno, non servono funzionari pubblici. E poi un’altra cosa che ha capito MBS è che tutti hanno un prezzo. È un insegnamento che in qualche modo gli è stato trasmesso proprio da Trump.
L’Arabia Saudita è riuscita a strappare una quantità straordinaria di concessioni dall’America pagando generosamente, versando miliardi e miliardi e miliardi di dollari in criptomonete, ovviamente le criptovalute legate alla famiglia Trump.
Trump aveva bisogno di soldi e copertura dai sauditi, e i sauditi avevano bisogno di Donald Trump per il loro progetto.
Sono stati tra i primi a capire quale fosse la direzione che stava intraprendendo il mondo. E una volta scatenato, non è che puoi rimettere il genio dentro la lampada. Arabia Saudita e Stati Uniti non sono mai stati così in prima linea, a braccetto, nel rimodellare il mondo a immagine e somiglianza dei loro leader.

E le élite possono pure cercare di ignorare l’opinione dei loro cittadini, ma continua a ribollire. Gaza non può essere normalizzata.
SM: Pensi che quello che sta accadendo in questi mesi in Medio Oriente cambierà lo scenario mondiale e che l’Arabia Saudita ne sarà in qualche modo colpita?
JM: Penso che Gaza avrà decenni e decenni e decenni di conseguenze politiche. E, sai, il fatto è che l’Arabia Saudita, riguardo a questo tema, è dalla parte sbagliata della storia. MBS ha detto: non mi interessa niente della Palestina, a me interessa solo il mio Paese. Che è comprensibile se stai costruendo un marchio di ultranazionalismo in Arabia Saudita. Ma per le persone comuni, tra gli arabi per strada, questa questione è davvero molto scottante. Lo è dal 1948 e non ha smesso un attimo di esserlo. E le élite possono pure cercare di ignorare l’opinione dei loro cittadini, ma continua a ribollire. Gaza non può essere normalizzata: quello che è successo è sotto gli occhi di tutti. I bambini uccisi dalle bombe li abbiamo visti tutti. Ma soprattutto abbiamo visto i governi, i nostri, quello saudita, dare a Israele copertura, negare il genocidio..
È inevitabile che lo sviluppo della questione nei prossimi anni, con gli inevitabili effetti a catena che avrà su tutto il Medio Oriente, il ruolo che deciderà di avere l’Arabia Saudita, sarà decisivo per la definizione dei nuovi equilibri mondiali.