Traduzione di Fabrizio Gabrielli.
Team investigativo in Ecuador: Gabriela Peralta, Verónica Calvopiña, Ana María Acosta (Wambra EC) e Carlos E. Flores.
Questo lavoro è stato realizzato grazie al supporto del Pulitzer Center, ed è stato pubblicato originariamente su Revista Anfibia.
Un uomo cammina per il centro di Buenos Aires. Sotto la maglia, il corpo bagnato dopo un paio d’ore di allenamento in una palestra di calle Lavalle. Sul petto, sudato per via degli sforzi, il tatuaggio di una farfalla: il suo talismano della protezione. Dopo mezzogiorno, in quella zona della città, è tutto un compra e vendi, chiacchiericcio, piccoli furti, locali abbandonati, griglie su cui sfrigolano – a favore dei turisti – enormi pezzi di carne argentina, orsi di peluche a grandezza umana che vendono regali di Natale. Fermo, di fronte all’assortimento rigoglioso di un banco delle verdure, di quelli che trovi appena entri nei minimarket cinesi, Jean Pierre Rosero studia la mercanzia: sta pensando a un’insalata che possa accompagnare le due cotolette di pollo già acquistate. Le cucinerà nella friggitrice ad aria in cui prepara tutte le sue proteine. Proprio questo, un pasto sano, sarà quello che preparerà e consumeremo nel suo appartamento, un bilocale buio e pulito. Insieme. Così come insieme ci siamo appena allenati. Due sopravvissuti, di due generazioni diverse. Ormai al sicuro. Jean Pierre, con i pesi di metallo fuso che incalzano i muscoli per rassodare le spalle, i pettorali, le braccia. Jean Pierre, giovane e bello, attento al suo corpo, professionale. E io, malconcio per i viaggi, l’eccesso di calorie e di alcol, che sollevo pesi minuscoli, nonostante la mia corporatura voluminosa il doppio. E comunque, dopo il nostro incontro, quando scappo dal suo appartamento giusto poco prima che inizi la registrazione di una produzione porno con la scusa della mia nuova lezione di nuoto (alla quale non andrò), mi fanno male le ossa; mi fanno male le spalle, i pettorali, il petto.
A Jean Pierre non sembra far male niente. Questa visita quotidiana alla palestra è una visita di piacere. Qua, a Buenos Aires, dove vive rifugiato dal 5 agosto del 2023, ha scoperto questo modo di sentire il corpo. Il dramma più grande vissuto alle elementari, oltre al bullismo quotidiano, era l’ora di educazione fisica, l’incubo delle partite di calcio in cui lo prendevano di mira con il pallone come fosse un bersaglio militare, le spinte, gli sgambetti. «La cosa buffa è che quando sono stato sequestrato provavano a rassicurare i miei amici dicendo loro che stavo bene, che giocavo a basket. Non mi piacciono gli sport, al massimo vado in palestra per una questione estetica; non sono mai riuscito a coltivarne uno, di sport, neppure nuotare, che pure mi piaceva. Voglio dire, io ho paura della bicicletta. Ho imparato ad andarci tipo a quindici anni, che è come dire che non ho imparato mai».
Ride.
Ha imparato molte cose, Jean Pierre, in questo suo sottrarsi dalla mascolinità dei suoi coetanei. Tante, al punto che ora sta qua, lontano, il più lontano possibile dall’Ecuador, da cui se n’è andato due anni e mezzo fa. Il centro di Buenos Aires ha un’atmosfera da fiera. Superato l’obelisco, confine simbolico della città verso il quale ci dirigiamo in pellegrinaggio noialtri dell’interior e gli immigrati latinoamericani come Jean Pierre, il suono urbano è il canto degli “arbolitos”. Cambio dollari, cambio, cambio, ti trapanano il cervello come gli uccelli all’alba di un post-sbronza. A intonare quel canto sono quasi sempre uomini, giovani proletari coi loro vestiti lisi e stirati; con le chiome impomatate e ben pettinate, pronti a scambiare dollari con pesos, offrendo la moneta nazionale in cambio del santo graal al quale l’Argentina rende culto come nessun altro. Sono gli stessi dollari che Jean Pierre compra ogni volta che può, per realizzare il suo sogno: solo che lui non va nelle spelonche del suo quartiere, ma sui suoi conti in criptovalute, tutto il capitale in app virtuali. Mettendo soldi da parte, Jean Pierre riscirà ad avere un appartamento tutto suo. Non uno, dice, anzi. Due, si ripropone. Perché qua, contro ogni pronostico, nel Paese dell’eterna instabilità, Jean Pierre ha potuto sognare.
Suo padre era quello che puniva
È il 19 aprile del 2023. Jean Pierre ha compiuto 27 anni. La pandemia è finita. Jean Pierre, che sa di essere gay da quando è molto piccolo – segretamente, come la stragrande maggioranza degli uomini omosessuali in Ecuador – conduceva già la sua vita queer in una città andina dal conservatorismo coloniale, ma pure con il suo sottobosco di emancipazione e goduria. Era un habitué dello Spartacus, la discoteca gay, o del Mandrágora, o del Jet, locali più etero ma comunque stilosi. Oppure gli after, quelli ai quali si accede solo su invito. Sempre accompagnato dalle sue amiche. Come Diana. O Pamela. Era un ragazzo desiderato. Socievole, spiritoso, empatico, potremmo dire. Aveva amanti qua e là: niente di fisso, avventure furtive con uomini che, come lui, neppure se lo sognavano di fare coming out. L’artista Oscar Velasco ha più o meno la sua stessa età e se lo ricorda adolescente, intorno ai quattordici anni, quando Jean Pierre era un “emo bellissimo”. «Il nostro è stato un incrocio di sguardi. Io arrivavo con un altro ragazzo per scopare in un appartamento a Quito, e lui usciva da un’altra porta insieme ai suoi genitori. Ricordo la nostra occhiata complice quando siamo scesi dall’ascensore», racconta Oscar. Poi Jean Pierre ha frequentato la facoltà di pubblicità nell’università più prestigiosa di Quito, la San Francisco. Ha seguito le lezioni di Santiago Castellanos, il decano del Colegio de Comunicación y Artes Contemporanéas: un corso di Teoria Critica prima, e sulle questioni di genere poi.
«Mi ricordo perfettamente di Jean Pierre», dice Castellanos nel suo ufficio dell’Università, a Cumbayá. «All’esame di metà semestre ho notato che aveva un interesse particolare per quelle teorie, soprattutto per un testo di Jack Halberstam in cui l’autore sostiene che le bambine maschiaccio sono socialmente tollerate più a lungo, mentre la femminilità o le deviazioni della mascolinità nei bambini viene punita o posta sotto osservazione molto prima. È stato un punto che Jean Pierre ha sviluppato in modo speciale. Nel suo percorso di studi non aveva voti altissimi, però in quell’esame ha preso il massimo dei voti. A quel tempo Jean Pierre non aveva ancora fatto coming out, ho saputo che fosse gay solo molto tempo dopo, quando il suo volto è apparso ovunque: era stato sequestrato per essere rinchiuso in una clinica di deomosessualizzazione».

Halberstam, un accademico trans, nel suo lavoro mette bene in chiaro che quel controllo precoce sui bambini produce forme più intense di repressione, patologizzazione e correzione. Alla stessa età, sia a Jean Pierre che a me, in due punti diversi di questo immenso continente – nell’“ombelico del mondo”, l’Ecuador, e nel “culo del mondo”, la Patagonia – hanno fatto capire chiaramente che essere femminei, diversi dagli altri maschi del mucchio, era peccato, vergogna o malattia. Jean Pierre ricorda la bambola che non poteva cullare, i tacchi che non poteva provare, le botte correttive. In quella casa al centro di Quito era suo fratello maggiore di cinque anni a segnalare la sua femminilità. E suo padre era quello che puniva: a volte sua madre, a volte tutti e tre insieme. Con il padre era peggio, perché lo faceva incazzare che suo figlio reclamasse attenzione con quei modi; il broncio di un bambino può risultare esasperante, per un maschio ubriaco. Basta un gesto queer a far scattare il maschio vendicativo. Le botte sono la pedagogia più comune.
A me, a partire dai sei anni, hanno somministrato punture di testosterone per mascolinizzarmi fino a quando di anni ne avevo otto, almeno otto punture. Nel mio caso, il trattamento di riconversione dall’omosessualità è stato precoce. Nel suo caso, mancava ancora un bel po’ di tempo prima che ci provassero, con altri metodi.
Man mano che gli anni passavano, Jean Pierre è riuscito a eludere la resistenza della sua famiglia scappando di casa ogni volta che poteva. Se ne andava in altre case e ci passava periodi. Dai quattordici anni riusciva a restare fino a una settimana a casa di qualche amica. Quando studiava alla San Francisco, a un’ora da Quito, dormiva negli appartamenti delle compagne di università. Quando ha iniziato a lavorare, subaffittava stanze in casa di amici. Con la pandemia rimanere a casa dei suoi è diventato insopportabile, e insieme a un’amica se n’è andato per un anno intero sulla spiaggia di Montañita. Quando le cose stavano per esplodere, o le relazioni sembravano sul punto di rompersi, Jean Pierre migrava altrove.

«Non capivano che scappavo da loro, che non riuscivo a sopportare di stare con la mia famiglia, pensavano semplicemente che mi fermassi qua o là per lavorare o studiare. Sono sempre stato così, tipo che prendevo e viaggiavo, mi fermavo da una parte, mi facevo qualche amicizia, e poi me ne andavo da un’altra parte e me ne facevo altre. Questo ragazzino a casa sua non c’è mai voluto restare» dice Jean Pierre usando la terza persona per parlare di sé «perché ha sempre desiderato quello che sta vivendo ora: vivere da solo, con un gatto, a volte c’è da arrangiarsi, altre da combattere per le sue cose, però vive così, con la sua libertà. E quella libertà la volevo solo perché a casa mia non me l’hanno mai data, mi hanno sempre trattato male. Ho sempre sentito che non sarei mai dovuto rimanere là».
Nell’infanzia e nell’adolescenza di Jean Pierre ci sono state tre scuole elementari e tre scuole superiori. Da un posto all’altro, sballonzolato dalle esplosioni con cui sempre terminavano le cose quando le vessazioni continue, il bullismo, lo rendevano lo studente indesiderato. Gli hanno diagnosticato una sindrome da deficit dell’attenzione, era iperattivo, e con quella diagnosi alla mano i genitori lo hanno cristallizzato come il ragazzino problematico. I suoi unici rifugi erano il disegno e sua nonna. Il bambino queer latino riesce a sopravvivere solo grazie alle nonne. Ce ne sono anche di senza cuore, certo, ma la maggior parte delle volte, nei racconti di questi ragazzini, sono le nonne a offrire rifugio dalle botte dei genitori; sono le nonne che tollerano i giochi con i tacchi di mamma, la bambola trafficata della sorella, le coreografie da diva, le telenovelas pomeridiane viste insieme alla matriarca o alla domestica, le canzoni d’amore, il folklore di cui ogni piccola queer ha bisogno, o si merita.
Una delle nostre prime interviste l’abbiamo fatta nel suo appartamento. Mentre le cotolette cuocevano nella friggitrice ad aria, tagliava le verdure per l’insalata. Il suo room mate, un altro ragazzo peruviano, è arrivato con un regalo per Lizzy, la sua gatta, era il suo compleanno. Le abbiamo cantato la canzoncina tutti e tre. La gatta di Jean Pierre, Celina, diffidente, si manteneva a distanza. L’amico ci ha mostrato foto di altri compleanni della stessa gatta, che giochicchiava con la candelina. Jean Pierre provava a spiegarmi la sua matrice familiare, il modo in cui ha imparato a non lamentarsi e a non piangere. Poi si è ricordato il momento in cui, quando aveva sei anni, l’avevano investito.
«È successo a scuola. Siccome mi bullizzavano perché non giocavo a palla con loro, quando mi picchiavano io scappavo. Mi andavo a rifugiare in bagno. Potevo passarci pure tantissimo tempo. Però quella volta è stato là che mi sono venuti a cercare. Io piangevo, e il pullmino che ci avrebbe portati al club in cui avremmo giocato la partita stava per partire. I ragazzi hanno bussato forte alla porta, mi hanno detto «Ti abbiamo trovato, sbrigati frocio!». Io mi sono asciugato le lacrime e sono uscito di corsa, non ho visto niente, ho attraversato il corridoio velocemente, e poi la strada senza guardare. Una macchina mi ha investito in pieno, mi ha fatto volare per l’aria. Sono caduto parecchio più avanti, ma non mi sono rotto niente; faceva male, ma non me ne fregava niente. Sono riuscito a rialzarmi, rialzarmi in qualche maniera, e ho continuato a camminare. Un ragazzino che ha paura non capisce la situazione, cerca solo di tirare avanti e che tutto funzioni, in un modo o nell’altro.

Il conducente dell’auto è scappato. Gli insegnanti hanno portato Jean Pierre in infermeria. Gli hanno detto adesso chiamiamo la tua famiglia così ti portano dal dottore, perché anche se sembrava che non ci fosse niente di rotto, neppure un osso, erano comunque preoccupati per la sua salute. Il ragazzino, invece, aveva paura della reazione dei genitori. È per questo che ha evitato di piangere. Gli faceva male, sì, un po’, non tanto, credeva, però ha detto che non gli faceva male niente. Quando al telefono gli hanno passato suo padre, Luís Rosero, un ricco commerciante, ha ascoltato le sue domande, ha risposto che non era niente, che stava bene. Era mezzogiorno. I compagnetti sono andati a giocare a pallone. Lui è rimasto in infermeria. È tornato a casa con lo scuolabus come sempre, alla stessa ora. Non c’era nessuno.
Il sequestro
Ci sediamo per pranzare insieme. Penso che i miei genitori non sono stati così crudeli, che mi hanno iniettato il testosterone solo perché si vergognavano di avere un figlio gay; penso che a scuola sono riuscito a difendermi perché quando mi trascinavano in cortile e mi riempivano di cazzotti gli tiravo sabbia negli occhi per accecarli; credo di essermi adattato alla grande anche perché ero il più bravo della classe. Ora, in questa confidenza queer, con le gatte a far veglia su di noi come animali sacri, Jean Pierre ricorda come dopo quel pomeriggio, quell’incidente, capì quanto fosse inutile chiedere loro aiuto.
Dopo la pandemia, il clima a casa dei genitori di Jean Pierre si era fatto insostenibile: ogni cosa era avvolta da una fitta nebbia. Aveva già un impiego stabile in un’agenzia pubblicitaria come content manager. Era considerato un buon impiegato, i capi apprezzavano la sua inventiva ma anche la sua affidabilità. «Jeanpi era benvoluto da tutti, e il suo lavoro era impeccabile. Lavoravamo con un regime ibrido, andavamo in ufficio solo due volte a settimana. Ho iniziato a sedermi col notebook accanto a lui. Non ci separavamo mai, andavamo insieme in cucina a fare il caffè, uscivamo, andavamo alle feste, partecipavamo a eventi, potevamo passare ore intere a chiacchierare», ricorda Diana, la sua amica del cuore.
Un giorno Jean Pierre è riuscito a mettere da parte risparmi a sufficienza per pagare le mensilità anticipate che gli chiedevano per affittare un appartamento. Con Diana ne hanno trovato uno semiarredato, in cui dovevano portare solo i letti e un tavolo da pranzo, ma in cui c’erano già divani e una cucina attrezzata. La famiglia non ha preso bene la notizia. Il fratello lo ha affrontato mentre gli dava un passaggio in macchina, gli ha detto che doveva tornare a casa, altrimenti la sua vita sarebbe stata un disastro. Jean Pierre lo ha fermato di colpo. Il fratello lo ha afferrato per un braccio. Jean Pierre si è divincolato ed è sceso dall’auto. Ha corso tra le macchine. Ora non voleva più tornare a casa dei suoi, avrebbe dormito sul divano. È passato qualche giorno, il conflitto sembrava placarsi. Gli hanno detto che poteva andare tranquillamente a prendere i suoi vestiti, il suo materasso, i suoi disegni. Pamela Tamayo, una delle sue amiche di lunga data, con cui aveva pure convissuto, era a conoscenza della violenza del padre, della sottomissione della madre, del fratello preda di un’invidia mescolata a omofobia. Lo ha messo in guardia:
«Non andarci da solo, a prendere le tue cose, Jeanpi. Possono intrappolarti».
Ci è andato allora con Pamela e con Gino, un altro amico gay. Gli hanno aperto la porta come se nulla fosse. Sembravano in pace, il padre ha addirittura detto che sarebbe andato a cercare un cacciavite piatto per smontare il letto che si volevano portare via.
Poi ha aperto la porta ai quattro scagnozzi. Erano stati tutto il tempo nascosti sul retro. Lo hanno immobilizzato. Prima gli hanno bloccato le braccia, poi una gamba, poi l’altra. Ha gridato. Voleva prenderli a calci, voleva che non fosse vero: i genitori, il fratello, guardavano la scena con la tranquillità di chi conosce il copione. Lo stavano sequestrando davanti a loro, per ordine loro. Una volta tanto, Jean Pierre ha capito quel che gli avevano detto già mille volte: «lo facciamo per il tuo bene». Quell’argomento aveva un senso solo: farlo smettere di essere se stesso, farlo smettere di essere gay.
I suoi genitori si erano conosciuti molto giovani a Quito. María, sua madre, aveva avuto suo fratello appena diciassettenne. Orfana, adottata, con uno zio militare, quella gravidanza non era stata per niente facile. Luis per un periodo se ne era andato, però poi era tornato. Allora si erano messi insieme, lui aveva avviato un’attività che aveva cominciato a girare bene, e presto si era potuto permettere di pagarle gli studi in un’università privata. Così María si era laureata in Marketing. Al figlio maggiore avrebbero pagato un master negli Stati Uniti. A Jean Pierre la facoltà di Pubblicità all’Università di San Francisco, la più costosa dell’Ecuador. Quando è andato in scena il sequestro, i Rosero erano proprietari di una casa e due automobili, una Skoda d’alta gamma, e una Chevrolet che guidava il figlio maggiore.
Pamela si è gettata addosso ai sequestratori, che si sono liberati di lei con uno spintone, come si fa con una bambola di pezza. L’amico, invece, l’unica cosa che è riuscito a fare è stata registrare tutto con il cellulare. La madre pensava che stesse chiamando la polizia. «No, no, non si preoccupi, non chiamo nessuno». In quel video si può vedere e ascoltare Jean Pierre che grida, che piange, la sua incredulità, le urla dell’amica, il terrore, le colluttazioni. Jean Pierre si è sentito soffocare quando gli hanno spruzzato addosso lo spray, la miscela chimica usata per dominarlo, per farlo smettere di dimenarsi, di gridare, di fare tutto. Così sono riusciti a infilarlo in auto, nei sedili posteriori, terrorizzato, e partire. Quando erano in cammino già da un pezzo ha cercato di aprire la portiera dell’auto in movimento. Gli hanno spruzzato ancora più veleno, e gli hanno schiacciato la testa contro il pavimento. «Sei una merda. Vedrai quando arriviamo. Sentirai il trattamento», gli diceva il capo della banda. La stessa voce che avrebbe ascoltato ogni mattina durante la sua prigionia.
Trattamento versus eros
Jean Pierre non capiva di che stessero parlando quando dicevano “trattamento”: a me la parola suona familiare, perché anche le iniezioni di testosterone erano un “trattamento”, “trattamento di riconversione dall’omosessualità”. E dire che solo dopo decine di rappresentazioni di “Testosterona”, lo spettacolo di giornalismo performativo che abbiamo creato a Buenos Aires la regista Lorena Vega e io, ho appreso che quel modo di chiamare ciò che hanno fatto a migliaia e migliaia di ragazzini in quasi tutto il mondo, iniezioni di ormoni mascolini per piegare i nostri orientamenti sessuali, tra gli esperti si chiama in un altro modo (non so quanto migliore): ECOSIEG. Si tratta di un acronimo, significa: Esfuerzos de Cambio de Orientación Sexual, Identidad de Género o Expresión de Género (Tentativi di Cambiamento dell’Orientamento Sessuale, dell’Identità di Genere o dell’Espressione di Genere, n.d.t.).
Il trattamento con cui minacciano Jean Pierre in auto consiste in un programma per produrre sofferenza con un obiettivo altruista: la presunta cura di una presunta malattia. L’omosessualità ha smesso di essere considerata una malattia dall’OMS nel 1990. In Ecuador l’omosessualità, fino al 1997, è stata un reato punibile con pene da quattro a otto anni di detenzione. Quando, per via del cambiamento delle leggi, ha smesso di essere punibile, semplicemente è cambiato l’ambito della repressione, che è diventato quello della salute. La violenza si trasforma in un processo pianificato. Il carnefice di queste torture non è più chi esegue una condanna, ma chi esercita una pedagogia, quella della mascolinità eterosessuale.
Per Jean Pierre la destinazione a bordo di quell’auto era incerta. Gli altri, invece, la destinazione la sapevano eccome: la clinica Santa Ana de Cotacachi, nella sierra di Imbabura, a tre ore e mezza di viaggio, tra montagne e gole. Solo più avanti Jean Pierre avrebbe scoperto che l’operazione era stata affidata a gente con esperienza, e con legami con Los Lobos, la seconda banda criminale più grande e violenta dell’Ecuador.
Mentre l’auto risale le sierras ecuadoriane, sui social di Quito si fa largo l’immagine candida di questo bel ragazzo. L’amica Diana, capofila della campagna per salvarlo, sa che deve scegliere bene le immagini da pubblicare su Instagram. Diana pensa: «devo scegliere una bella foto, sennò il mio baby mi ammazza». Così si chiamano tra loro, baby, come fanno milioni di persone della loro età. Diana lo sa che con quella foto, in cui Jeanpi ha gli occhi socchiusi e guarda fisso, i capelli leggermente spettinati, i lineamenti segnati da una luce leggermente drammatica, le chances che sui social si propaghi l’eco di quell’ingiustizia sono più alte. I due lavorano nel campo della pubblicità, del marketing. Diana lo sapeva già da prima come funzionava il razzismo gentile e quotidiano del suo paese, conosceva quella contabilità segreta tra le vite che contano e quelle che invece no. Sapeva che quella faccia aveva più possibilità di circolare, di provocare indignazione, di essere ricercata. La foto ha iniziato a muoversi. È stata condivisa. Si è moltiplicata. E se non fosse stato per quella foto, forse oggi lui non sarebbe qua, nello studio dell’artista Alejandra López, agghindato con questo sleep design, a suo agio nella nudità; ne sarebbe potuto essere nel fulgore delle scene che realizza, da più di un anno, sui suoi canali social, X, Only Fans e Telegram; la sua nuova pratica di sopravvivenza, e di piacere.

Qui, in questo appartamento del centro di Buenos Aires, su questa brandina nel living, si girano scene in cui Jean Pierre gioca a un sesso in cui si vede che si diverte. La sicurezza in se stesso gliela danno due attributi: è versatile, ed è ben dotato. È appena tornato da un viaggio a Santiago del Cile. Ha avuto nove incontri con altri creator di contenuti erotici. All’inizio si è fermato in un hotel di calle Huérfanos, racconta. Huérfanos è la Lavalle di Santiago, ed è la strada in cui si svolge parte del romanzo che ho appena finito di leggere prima dell’ultima intervista con Jean Pierre: “Serpiente”, di Alfredo Andonie. È la storia di un taxi boy cileno in una Santiago che non c’è più, quella di inizio anni Settanta. Là, proprio in calle Huérfanos, inizia la storia di Baltazar, un moro che somiglia a Jean Pierre, solo che Baltazar vende sesso, affetto e ascolto ai vecchi del quartiere, mentre Jean Pierre non oltrepassa quel confine: «forse sarebbe più redditizio prostituirmi, ma non mi sentirei a mio agio», pensa. «Uso il mio capitale erotico, grazie al quale sono sopravvissuto e ho capito che non potevo rimanere nel ruolo della vittima», dice. «Sogno di fare un salto nell’arte, creare una serie di prodotti che giochino con l’ironia dell’omosessualità, per rompere la barriera che separa la nostra sessualità da quella etero, prendere qualcosa dal lavoro che ha fatto Jeff Koons con Cicciolina mescolato a qualcosa tipo quello che fanno i creatori di MSCHF, che hanno lanciato sul mercato, per esempio, gli stivali ispirati a Astroboy, qualcosa che si usa, ma che in realtà non ha una vera e propria utilità di mercato. Mi piacerebbe creare materiali che escano fuori dalla sfera del porno, ma che abbiano aura».
Jean Pierre sta pianificando uno scivolamento dal porno all’arte, dal consumo immediato a un’altra forma di circolazione, di traffico. Ammira gli MSCHF perché sanno trasformare il prodotto in una dichiarazione politica. Sono loro che hanno realizzato le sneakers Nike con l’acqua del fiume Giordano nella suola, oppure con una goccia di sangue umano, e che sono ancora in causa con la multinazionale. Si tratta di progetti effimeri, ed ecco un punto di contatto con le scene porno di X, l’ex twitter, dove trenta secondi espliciti di penetrazioni o di pompini fanno da esca affinché i consumatori passino a pagare un abbonamento mensile su Only Fans. Questa ammirazione per i designer controculturali che fanno drops, collaborazioni tra marchi e artisti, richiama le drops che si fanno su Only Fans, collabs tra content creator come Jean Pierre, che vengono lanciate su X come piccoli eventi, scene sessuali prodotte insieme e pensate per stuzzicare il desiderio, aumentare traffico e far incrociare l’audience di un account con quella di un altro.
Machete, Bibbia e dodici passi
Man mano che si avvicinavano a Cotacachi la sierra di Imbabura si faceva sentire, il freddo gli pervadeva il corpo. Sono arrivati col buio del primo mattino. Lo hanno messo in una stanza. C’erano altri due che dormivano nei loro letti. Gli hanno tirato una coperta. Si è svegliato intorno a mezzogiorno, e solo allora si è reso conto di dove si trovava, chi controllava quel posto: ha riconosciuto il tono di comando del tipo che lo aveva sequestrato e minacciato durante il viaggio. Il turno degli uomini durante la seduta giornaliera dei dodici passi era guidato da questo ciccione robusto, armato di un machete lungo e massiccio che accarezzava con la mano come un lupo addomesticato. Sebbene il machete potesse tagliare col filo qualsiasi cosa volesse, il sorvegliante lo brandiva di lato, dando frustate di metallo che lasciavano segni sulla pelle. L’uomo sfiorava il machete mentre leggeva versetti della Bibbia. Ogni cosa, là dentro, era repressione o religione. Jean Pierre ascoltava i compagni dichiararsi dipendenti da diverse sostanze, uno ad uno. Giunto il suo turno ha negato di trovarsi lì per lo stesso motivo. Era un professionista, aveva le sue disponibiltà economiche, consumava marijuana di tanto in tanto, ma era lì perché la sua famiglia non sopportava l’idea che fosse gay. La notizia aveva prodotto sguardi e movimenti di imbarazzo. Non era l’unico che si trovava nella clinica Santa Ana per quel motivo.
Uno dei suoi due compagni di cella fumava crack, l’altro era un ladro. Il cocainomane ha cercato di sedurlo. Poi un colombiano, uno che era là dentro da un pezzo, pure lui ha provato a conquistarlo: dalla cucina gli faceva del cibo, qualcosa di meglio della zuppa insipida che davano a tutti. Alla Santa Ana anche un uovo sodo era una prelibatezza. Il capitale erotico di Jean Pierre esisteva già, e produceva benefici.
La Santa Ana, prima che una clinica, era stata una fattoria, un posto pieno di animali. Oggi, nell’abbandono, resistono ancora in piedi quelli che un giorno furono recinti e stalle. È un luogo ingannevole: nessuno immaginerebbe mai che nel bel mezzo delle montagne, a chilometri anche dal villaggio di Cotacachi, sia attivo un centro di detenzione per tossicodipendenti, men che meno una clinica di deomosessualizzazione, come questi posti vengono chiamati in Ecuador. Ci sono state duecento cliniche come questa fino al 2014, quando un rapporto del Taller de Comunicación Mujer (un’organizzazione transfemminista di riflessione, investigazione e attivismo politico, n.d.t.) ha denunciato l’esistenza di un sistema illegale di internamento di persone appartenenti alla comunità LGBTIQ+: strutture aperte come centri di recupero dalla tossicodipendenza, molte delle quali con una marcata impronta religiosa cristiana. Tredici di quelle cliniche sono state chiuse nel 2012 da Carina Vance, Ministra della Salute del Governo di Correa e attivista lesbica. Poi, con l’avvicendarsi dei governi, in varie regioni del paese hanno riaperto quasi senza nessun controllo statale. Non esistono informazioni ufficiali sul numero attuale. Le organizzazioni per i diritti umani consultate assicurano che non c’è stata una sola condanna per sequestro di persona o trattamenti disumani. Il caso di Jean Pierre, però, ne è una prova. Dalla procura gli hanno appena inviato un resoconto del suo caso, affinché possa decidere se proseguire la causa contro i suoi genitori e i suoi rapitori assumendo un avvocato privato o se archiviare il procedimento. La lettura del documento è una lunga sfilata di testimoni dei genitori, o della clinica: tutti accusano la vittima di essere un tossicodipendente. Non è stata prodotta una sola prova capace di incriminare i sequestratori.
Quando si arriva a Santa Ana, da un lato c’è la vecchia fattoria, solitaria e fantasmatica; dall’altro una casa con le sue stanze, celle senza sbarre ma con serrature, dove i pazienti vengono rinchiusi di notte e, a seconda di come si comportano, anche di giorno. Jean Pierre ha imparato rapidamente che non era il caso di creare problemi. La giornata iniziava alle 6.30 con l’adunata e i primi sermoni. Poi un addestramento fisico di tipo militare. Più tardi le pulizie, a fondo, di stanze e spazi comuni. È questo che stava facendo, spazzare la stanza, quando ha sentito un trambusto e poi ha visto il compagno della cella accanto entrare per nascondersi. Il custode gli ha tolto la scopa di mano e con il bastone ha colpito il trasgressore, che era stato sorpreso a fumare in bagno. Si poteva fumare, nella clinica, ma solo se la famiglia pagava per quel privilegio. Il ragazzo ha cercato di coprirsi il volto, si è preso tutte le percosse sulla schiena. Il sangue versato ha macchiato le coperte di Jean Pierre. Quando se lo sono portato via si è lamentato della biancheria. Gli hanno risposto «digli al man qua che le lavi lui, qua la regola è che chi sporca con il proprio sangue poi deve pulire». Jean Pierre ha capito che era meglio starsene zitti ed evitare problemi. Gli è venuta l’idea di chiedere carta e colori per disegnare. È così che si è trasformato nel ritrattista della clinica: cibo migliore, piccoli favori in cambio dei suoi disegni.
Il tipo del machete era trasparente in una cosa soltanto: oltre al suo passato da tossicodipendente riconosceva anche quello da chonero, membro della più importante banda criminale ecuadoregna. Alle 6.30, quando tutti dovevano mettersi in formazione all’adunata, come in una caserma, era lui a passare tutti in rassegna, e intanto parlava di sé: era entrato nella banda a Esmeraldas, era finito in prigione, e lì aveva smesso di fare il criminale, si era pulito dalla tossicodipendenza ed era diventato sorvegliante del centro di detenzione, dove ora dava l’esempio in punta di machete. I Choneros hanno comandato il narcotraffico e altri traffici illegali in Ecuador a partire dagli anni Novanta. La morte del suo leader, Rasquiña, avvenuta nel 2020, ha prodotto la proliferazione di tutta una serie di nuove bande: gli esperti parlano di un arcipelago criminale. Affezionati alle identità animali, le bande emergenti si sono date il nome di Los Lobos, i lupi, Los Tiguerones, gli squali, Los Lagartos, le lucertole, Los Águilas, le aquile. Ma anche Los Chone Killers.
Tra tutte queste gang, quella capace di costruirsi maggiore potere nelle carceri, alle frontiere e nelle province come Imbabura è stata quella dei Los Lobos. Il suo leader, Wilmer Chavarría, meglio conosciuto come Pipo, a novembre è stato arrestato a Malaga, in Spagna. Pipo aveva fatto parte dei Los Choneros; di fatto i Los Lobos sono emersi proprio grazie al loro consenso. Viveva sotto falso nome, e con i connotati alterati, a Dubai, ed era a Malaga per concludere affari. Secondo il presidente ecuadoregno Daniel Noboa si era sottoposto a sette interventi di chirurgia plastica per sfuggire all’Interpol: al naso, alla bocca, al mento, a occhi e palpebre, al contorno del volto; oltre ai capelli e ai baffi. Era completamente un’altra persona. Anche se i sicari che il 9 agosto 2023 hanno ucciso il candidato presidenziale anticorruzione Fernando Villavicencio erano colombiani, i pubblici ministeri ritengono che il magnicidio sia stato ordinato da Pipo, al quale vengono attribuiti più di 400 assassinii.
La liberazione
Il carattere indomito di Jean Pierre si è andato smussando con i giorni, e con le scene a cui gli toccava assistere. Al sangue nella sua stanza aveva fatto seguito la voce che qualcuno fosse riuscito a scappare. Era il suo pretendente colombiano. Erano usciti a cercarlo, sulle montagne. Gli altri detenuti sostenevano che c’era il rischio, per chi non conosceva quel posto, di perdersi o precipitare in una delle gole: c’era chi non aveva mai più fatto ritorno. Bisognava essere coraggiosi per tentare la fuga da Santa Ana. Ogni volta che qualcuno ci provava riceveva una punizione esemplare. Al colombiano, poi, l’avevano trovato. E lo avevano portato davanti a tutti. E lo avevano picchiato con una di quelle tavole che si usano nei cantieri. E avevano applicato “la punizione del mendicante”. Doveva mangiare escrementi di animale. Il sorvegliante aveva mandato uno dei ragazzi a cercare la merda. Il galoppino ci aveva messo un po’, qualcuno si era creduto che pure lui ne avesse approfittato per scappare, però poi era tornato. E dal momento che non aveva trovato escrementi di mucca o di cavallo, impaurito da quale potesse essere la punizione aveva portato i suoi. Il fuggitivo aveva dovuto mangiare merda umana. E poi era stato costretto a bere l’acqua sporca di una pozzanghera. Sarebbero seguiti giorni in cui avrebbe dovuto dormire sotto il letto, e mangiare sul pavimento, guardando gli altri seduti a tavola.
Dopo quattro giorni Jean Pierre è caduto in depressione. Gli hanno tolto l’accesso agli oggetti taglienti o appuntiti. Nella clinica si parlava di suicidi, e di altri pazienti ritrovati nelle gole, feriti. Oppure mai più ritrovati. Al sesto giorno, la mattina è iniziata con una novità: sarebbero andati nei campi a tagliare erbacce a mano, un compito tipico dei centri riabilitativi in cui si applica il metodo statunitense, quello che ha imperato quasi come unica via di uscita dalle dipendenze in America Latina: il metodo dei dodici passi. L’egemonia continentale dei dodici passi è sostenuta anche dalla sua duttilità nel legittimare la reclusione, la violenza e la correzione morale sotto le amabili parole recupero e lavoro collettivo. Se ne stavano là, a tagliare l’erba e a godersi il sole quando sono apparsi due cavalli sciolti. Nessuno sapeva da dove venissero: uno era bianco, l’altro grigio. Jean Pierre, che ha una teoria sul significato di ogni animale che incrocia il suo cammino, ha pensato «sono le mie amiche. Verranno a cercarmi».
In quella settimana dell’aprile del 2023 la PM specializzata in sparizioni, Verónica Murgueytio, era impegnatissima. Si stava occupando del terzo caso consecutivo. La criminalità in Ecuador stava crescendo, e le bande usavano la sparizione come nuovo metodo. «Quando passavano due o tre giorni dalla sparizione, era sicuro che li avremmo ritrovati morti», racconta oggi, alla guida di una procura per la violenza di genere. Il giorno in cui è arrivata la denuncia per la scomparsa di Jean Pierre avevano appena trovato il corpo di un tal Baez, che avevano ammazzato per rubargli il taxi che guidava. La PM non ha accolto personalmente la deposizione di Diana, ma quando la pratica le è arrivata le è sembrato strano che non fosse stata presentata da un familiare, come nella maggior parte dei casi. Diana, peraltro, metteva ben in chiaro che lei e i suoi colleghi credevano che avessero portato via il loro amico perché era omosessuale. Diana aveva percorso una strada sicura: aveva parlato con Asfadec, l’organizzazione dei familiari delle persone scomparse, e con Diálogo Diverso, la ONG della comunità LGBTQIA+ che si occupava di denunciare sequestri del genere. «Ci eravamo appena occupati del caso di un medico che si era specializzato in Argentina e che era stato rapito mentre era al lavoro in una clinica di Quito; di fatto oggi, a due anni di distanza, non è ancora stato trovato», dice Gabriela Alvear, direttrice di Diálogo Diverso. Diana aspettava la PM insieme a Carlos Rivas, un avvocato della ONG e Lidia Rueda, la famosa presidente della Asfadec.
Verónica era stanca, dormiva poche ore la notte, aveva appena avuto un figlio. Peraltro anche Luis Rosero, il padre di Jean Pierre, era andato a farle visita. «Ha detto che il figlio si trovava là per via della sua tossicodipendenza», racconta. Sui media si era già cominciato a parlare della vicenda. «Raccontatemi chi è Jean Pierre», ha chiesto loro. «E io le ho raccontato che in ufficio mi avevano assicurato che a Jeanpi – anche se non stava andando a lavoro – avrebbero comunque mantenuto il posto perché non credevano al certificato per certe supposte vertigini ed emicranie presentato dalla famiglia, certificato firmato da un’ostetrica amica loro», ricorda Diana. La PM ha cambiato faccia quando Diana le ha mostrato il video.
Anche quella notte Verónica ha dormito male. «Da una parte ero stanca, dall’altra a tenermi sveglia c’era l’immagine così violenta che avevo visto nel video », dice. La mattina successiva ha chiesto alla polizia di portarla nel luogo dove lo stesso padre di Jean Pierre le aveva raccontato che fosse internato il figlio, la clinica Santa Ana. Passata l’una del pomeriggio l’auto civile, con tre agenti e lei a bordo, ha fatto ingresso sul terreno di Cotacachi. I detenuti raccoglievano erbacce. Verónica non ha riconosciuto Jean Pierre, ma i poliziotti – più allenati di lei a riconoscere un profilo – lo hanno subito identificato. Uno di loro l’ha preso in custodia, senza lasciarlo un attimo. La PM ha parlato con Jean Pierre, loro due soli, in una delle stanze. Appena la porta si è chiusa gli ha detto: «per favore, non lasciarmi qui».«Sembrava così vulnerabile, impauritissimo, come un ragazzino che al primo giorno di scuola chiede ai genitori di non abbandonarlo», dice. Sono andati via da quel posto in silenzio, sotto lo sguardo torvo del sorvegliante e gli occhi speranzosi del resto dei detenuti. Trascorsi pochi chilometri, mentre erano ancora in macchina, Verónica gli ha permesso di videochiamare Diana. Jean Pierre piangeva. E ripeteva «grazie, baby, lo sapevo che non mi avreste lasciato solo».

OnlyFans come atto di resistenza?
In città lo aspettavano. Il suo volto era diventato virale. Diana lo ha portato a mangiare in un ristorante messicano. Ha dormito a casa di amici. Nella sede di Diálogo Diverso ha seguito il primo percorso terapeutico per affrontare lo stress post traumatico. «Quando arrivava alle sessioni manifestava sintomi di paura estrema: sudorazione, pianto facile, tremori. Era difficile calmarlo. Faceva gli incubi. Aveva paura di stare in uno spazio pubblico. Temeva che lo avrebbero sequestrato di nuovo», racconta Katherine García, la coordinatrice del gruppo di psicologi. Si è riposato soltanto per un paio di giorni, poi è subito tornato al lavoro, all’agenzia pubblicitaria. Una donna, che conosceva il caso per averlo letto sui giornali, è spuntata dal nulla e si è offerta di affittargli un appartamento ammobiliato. È andato a vivere da solo. Gli incubi continuavano: «sognavo che mi inseguivano, che stavano per ammazzarmi, e quando ero quasi sicuro che sarei morto mi svegliavo». Intanto il governo si è visto costretto a condurre un’ispezione nella clinica Santa Ana. Hanno scoperto che c’erano persone internate contro la loro volontà. Le hanno fatto chiudere i battenti.
Il direttore della clinica si è dovuto presentare a fornire la sua dichiarazione ufficiale di fronte al PM José Reinaldo Córdova, titolare della Procura Specializzata in Criminalità Organizzata Transnazionale e Internazionale, che ha preso in carico il caso. Il direttore ha difeso il suo personale. Ha detto che gli ausiliari che erano andati personalmente a casa della famiglia Rosero non avevano portato via Jean Pierre con la forza. Una versione dei fatti che si contraddice con quella descritta dagli amici di Jean Pierre e con quella che si vede nel video. Il direttore, inoltre, ha affermato che la clinica «non prestava servizi di deomosessualizzazione, ma di disintossicazione dall’alcol e dalle droghe». I proprietari di Santa Ana hanno dovuto soltanto pagare una multa, non si sono trovati in guai peggiori. Poco tempo più tardi hanno riaperto, assicurando di avere tutte le autorizzazioni necessarie, e oggi promuovono la struttura e i suoi servizi sui social e con un nuovo sito web.
Anche se ormai Jean Pierre viveva nel suo nuovo appartamento, convinto di essere in salvo dal momento che la sua famiglia non conosceva l’indirizzo che aveva dato solo ai suoi migliori amici, l’artiglio dei Los Lobos è tornato a farsi sentire. Sul suo cellulare sono arrivate foto del portone d’ingresso della sua nuova casa. Da diversi cellulari, con numeri di telefono sconosciuti. Sapevano dove si trovava. In Ecuador una minaccia del genere può equivalere a una condanna a morte. Jean Pierre ne ha parlato con il suo terapeuta, e il gruppo guidato da Gabriela Alvear si è messo in contatto con l’organizzazione canadese Rainbow Railroad, che aiuta lesbiche, gay, trans, persone non binarie a fuggire dalla violenza e dalle persecuzioni nei loro paesi. Proprio come Diálogo Diverso aveva ideato il programma “Mi casa fuera de casa”, “Casa mia fuori da casa mia”, a Buenos Aires Mariano Ruiz, un altro attivista, aveva fondato l’Asociación Civil Derechos Humanos y Diversidad, e creato un centro di accoglienza per rifugiati (o richiedenti asilo) LGBTQIA+. Quel legame tra Canada, Ecuador e Argentina ha permesso un’uscita urgente dal paese. «Non sapeva dove andare, non aveva suggerimenti, ha accettato di venire a Buenos Aires. Gli potevamo garantire un appartamento, un sostentamento minimo, servizi sanitari inclusa la terapia e una rete di supporto. Appena ha detto di sì abbiamo coordinato tutto ed è partito», racconta Mariano.
A Quito, dove nell’agosto scorso abbiamo messo in scena lo spettacolo “Testosterona” durante il Festival Internazionale di Teatro, non è facile parlare con persone che sono sopravvissute al trattamento ECOSIEG. Prima del debutto della performance, insieme a una squadra di Wambra – e con il supporto del Pulitzer Center – abbiamo condotto una profonda indagine. Abbiamo mappato tutte le informazioni esistenti, e non abbiamo trovato che due persone alle quali erano state iniettate dosi di testosterone come era successo a me: un parrucchiere anziano e una ragazza trans. Rispetto alla stessa ricerca fatta in Colombia insieme alla rivista Cerosetenta, accedere alle fonti in Ecuador è stato decisamente più difficile. Non solo arrivare alle vittime, ma anche a fonti ufficiali come la società civile, addirittura gli stessi attivisti. Mi sono reso conto di quanto fosse complicato mesi dopo, quando ho intervistato – già di ritorno a Buenos Aires, e con la promessa che avrei mantenuto il massimo riserbo sul suo nome – chi aveva lavorato alla denuncia delle cliniche di deomosessualizzazione negli ultimi anni.
«Questa rete di cliniche ha legami con le organizzazioni criminali perché agiscono come tali», dice. «Sono reti delinquenziali, e questo lo abbiamo constatato direttamente. I loro affari si estendono dal narcotraffico ad altre attività, in associazione con apparati statali. La maggior parte delle persone salvate erano donne lesbiche, e le ragazze ci hanno raccontato che là dentro si nascondono questo tipo di delinquenti. Vale a dire: compiono i loro delitti e poi si internano. Cioè, usano queste cliniche anche come nascondiglio». Alcune cliniche sono state fatte chiudere, ma hanno riaperto dopo pochissimo tempo – come è successo alla Santa Ana, dove stava Jean Pierre. È stato lì che sono iniziate a fioccare cause civili contro gli attivisti, in cui si richiedevano risarcimenti per aver fatto perdere denaro. Ben presto si è passati alle intimidazioni e alle minacce. Anche a loro sono arrivate foto dei loro uffici. Sono entrati nelle loro mail e nelle pagine web. Allora si sono rivolti a un’organizzazione internazionale che li ha aiutati ad elaborare un piano di sicurezza. Sono stati costretti a cambiare casa. «Ci hanno silenziati», dicono.
L’ultima volta che Jean Pierre ha visto i suoi genitori a Quito è stata quando è andato a prendere i suoi effetti personali e la sua gatta Celina. Non sarebbe tornato mai più. Lo ha accompagnato la PM Murgueytio. Temeva per l’incolumità del suo animale domestico. Quello che aveva prima, un gatto siamese che gli aveva regalato un amico, era scomparso misteriosamente da casa. «Sono sicuro che l’hanno fatto sparire, come me. Deve essersi difeso, ma loro erano più forti, proprio come quelli che hanno portato me alla clinica», dice. La PM ricorda che quel giorno la madre piangeva. Jean Pierre voleva soltanto scappare. Quella sera, davanti a loro, ha pensato a perché non avesse avuto il coraggio prima di andarsene per sempre, e si è colpevolizzato per tutte le volte che aveva provato a compiacerli, in un modo o nell’altro. Quando ha afferrato le sue cose, a loro ha restituito solo l’unico oggetto che gli avevano spedito in clinica, un pacchetto di fazzoletti di stoffa. «Ecco i vostri fazzoletti, non so che farmene», ha detto loro.
A Buenos Aires il capodanno è come una corsa verso la fine del mondo. L’esistenza termina il 23 dicembre. Dopo quella data non c’è più un futuro; si suppone che gli abitanti della città vadano a trascorrere tutto il mese di gennaio sulla costa, come si dice delle città di mare a poche ore dalla città. Nel microcentro la frenesia di quel finale fittizio si percepisce come una guerra. Nel café dove facciamo la nostra ultima conversazione tutto scorre più lentamente. I camerieri del Florida Garden non hanno bisogno di prendere nota degli ordini dei clienti, si muovono disinvolti tra i tavoli con i vassoi stracolmi all’altezza delle spalle. Chiacchieriamo dopo aver fatto già varie interviste, c’è tempo per le teorie di Jean Pierre. Oggi si è svegliato e nel suo letto ha trovato una cavalletta. La cavalletta (o era un grillo?) giocava con la gatta Celina. Celina era arrabbiata da giorni perché Jean Pierre era stato troppo tempo in Cile. E poi a Mar del Plata, a registrare altri video in collaborazione con creator di Only Fans.
Quando Celina si offende non gli rivolge lo sguardo, né dorme insieme a lui. Questa mattina la scarsa luce che entra dalla finestra illuminava la gatta e la cavalletta. «Ho pensato» dice «che volesse dire qualcosa su quest’intervista, sulla trasformazione che sto ancora compiendo». Alla cavalletta attribuisce il significato di cambio permanente, il salto verso un altro stato. Ai cavalli il potere di saper tirare avanti. Alla farfalla un potere protettivo. Alla libellula il saper pensare a se stessi, a quel che si vuole dalla vita, la spiritualità. Jean Pierre parla degli animali in chiave intima. E passa dagli animali al sesso come se nulla fosse, perché – dice – anche il sesso è trasformazione. Per lui è stato la porta del cambiamento. In questa infinita confidenza, trovo il coraggio di fargli una domanda.
Chiunque sia stato vittima di trattamenti disumanizzanti – come le iniezioni di testosterone, oppure la reclusione, per cambiare l’orientamento sessuale – è stato trattato come un oggetto. In quell’oggettivazione, che non si limita ai sopravvissuti come noi, c’è una trappola contro la quale abbiamo lavorato nelle nostre terapie, ricerche o tentativi di lasciarci tutto alle spalle: uscire dall’oggettivazione sessuale e passare alla soggettivazione del desiderio. Non è una trappola credere che entrare nel mercato sessuale di Only Fans e simili sia liberatorio, una specie di altro lato della medaglia della repressione subita? Jean Pierre crede di no: il sesso è una forma di resilienza, il suo corpo parla attraverso il piacere a cui accede. «Questo percorso, il percorso che sto percorrendo oggi, mi riconcilia con ciò che sono», dice.
Quando questo testo è in dirittura d’arrivo, dopo mesi di lavoro a contatto con lui e con la sua storia, la mia sensazione di insicurezza cresce. Negli ultimi giorni gli chiedo piccoli dettagli, chiamo di nuovo alcune delle fonti, verifico con lui la correttezza di ogni dato. Il testo mi coinvolge. Ci coinvolge. Siamo insieme, in questo testo. Glielo racconto. Condivido i miei timori con lui. «Mi piace l’intensità del giornalismo», gli dico in un messaggio su whatsapp. «Un modo come un altro di godersi la vita», dice.