17.09.2026

Agatha Forward: quando il club diventa infrastruttura

Dalla Roma post-rave al Mattatoio, la storia di una serata che ha trasformato la pista in uno spazio di ricerca, contaminazione e possibilità.

C’è un momento, nella storia di ogni sottocultura romana, in cui lo spazio buio del ballo smette di essere solo il posto in cui si va a dimenticare la settimana e diventa qualcos’altro: un dispositivo. Un apparato che produce senso, non solo decibel. È successo a Roma alla fine degli anni Novanta, quando da un guasto — un errore di sistema — nasce una delle serate più decisive del clubbing capitolino: Agatha.

Il 19 settembre 2026, Agatha torna al Mattatoio con un nome nuovo, AGATHA forward, dentro il programma del Romaeuropa Festival, con una visione che va ben oltre la scaletta di un DJ set. Non è una serata. È, per usare un lessico che la scena romana ha imparato a maneggiare da almeno un quarto di secolo, un ecosistema.

Un glitch chiamato Agatha

Agatha nasce da un problema di bilancio. Alla fine degli anni Novanta Radio Città Futura, storica emittente romana con sede a Piazza Vittorio, va male economicamente e per sopravvivere si affida all’autofinanziamento e a iniziative parallele. Tra queste, una serata pensata per portare fuori dalle mura della radio i suoni nuovi che vi circolavano: nasce così Agatha, nel 1998, affidata alle mani di Riccardo Petitti e Andrea Lai. Il debutto, in un locale nella zona sud della città, è un fallimento quasi totale: pista deserta, impianto gracile, un’estetica da club “masticato”, inadatta a ciò che quei due dj stavano cercando di far succedere.

Il problema non era la musica, ma lo spazio: servono luoghi instabili, incompiuti, capaci di lasciarsi attraversare e trasformare dal ritmo che li reclama. Agatha lo trova al Brancaleone, centro sociale defilato e poco politicizzato, gestito da associazioni con un’assegnazione regolare da parte del Comune, permeabile alle sperimentazioni dell’underground.

“A differenza degli altri posti di Roma, il Brancaleone era un posto di ricerca: amava l’essere progressista, sperimentava cose che altrove in città si facevano poco, dove si stava più su un prodotto classico — techno, punk, reggae — e con tutte le discrepanze culturali del caso. Era un contesto complesso e proprio per questo non era visto bene da nessuno, né dai locali né dai centri sociali”, racconta Andrea Lai. “Il fatto che Roma avesse una serata contemporanea a quello che succedeva in tutta Europa — Francia, Germania, soprattutto Inghilterra — dipendeva dal fatto che un gruppo di persone in paesi diversi, senza conoscersi, stava facendo la stessa cosa, sia nella produzione di dischi che nelle serate. Quando è nato il Fabric a Londra, il Brancaleone esisteva già. I DJ londinesi che venivano a suonare qui ce ne parlavano — quella sala lunga, il balcone, il bar, tutto nero, l’impianto — era molto simile al Branca. In giro per l’Europa c’erano persone che, senza parlarsi, senza vedersi, percepivano lo stesso Zeitgeist. Eravamo contemporanei a una cultura che circolava in tutta Europa, e allora era pure intuito, mentre adesso è quasi imposta dal costante flusso di trend in cui siamo inseriti.”

Il problema non era la musica, ma lo spazio: servono luoghi instabili, incompiuti, capaci di lasciarsi attraversare e trasformare dal ritmo che li reclama.

Una scatola rettangolare nera, un impianto potentissimo, un giardino fuori dove si beve e si parla: era lo spazio che ad Agatha serviva, disallineato sia dalla postura patinata delle discoteche commerciali, sia dallo spirito fin troppo grezzo dei rave illegali. Ma quello spazio non arriva da fuori: si costruisce dal basso, letteralmente, cambiando posto dentro la stessa sala.

“Abbiamo iniziato a suonare con i giradischi sistemati su una pedana a terra, e piano piano ci siamo spostati anche noi sul palco e con le luci, con i dj in bella vista come nel clubbing come lo conosciamo oggi”, continua Lai. “All’inizio, al Brancaleone, c’era la consolle contro il muro dove la gente arrivava e ci buttava sopra il cappotto: passavamo le serate a togliere i cappotti dai piatti perché altrimenti saltava tutto l’impianto. Poi, piano piano, ci siamo spostati sul palco. È lo stesso percorso che in quegli anni ha fatto tutto il clubbing, da DJ senza volto a re e reginette della pista.”

È lì che nasce quello che Andrea Lai, nel libro Un pubblico meraviglioso, racconta come contro-clubbing: drum and bass, trip hop, breakbeat, poi 2 step e dubstep — ritmi sincopati che rompono la cassa dritta di house e techno, ormai percepite come un classico datato. Sui volantini della serata campeggia la scritta Omophobia Free Zone, accanto agli orari degli autobus notturni per raggiungere il Brancaleone: anche l’accessibilità fisica a una periferia romana di allora è parte della politica implicita della festa. In pista si mescolano studenti, artisti, lavoratori, pensatori, scappati di casa: chiunque tu voglia essere, ad Agatha potevi esserlo.

Dal capannone al club: la fine dell’apocalisse elettronica sul GRA

Per capire perché proprio in quegli anni un centro sociale come il Brancaleone diventa il terreno naturale per un’esperienza come Agatha, bisogna guardare a cosa stava succedendo nel resto della città. Roma, nella prima metà dei Novanta, era già uno dei poli italiani più vivaci della cultura rave, con feste sempre più imponenti organizzate nei capannoni industriali abbandonati lungo il Grande Raccordo Anulare. Un mondo nato in tensione con i centri sociali storici, dove l’elettronica — musica priva di testo — veniva a lungo guardata con sospetto come potenzialmente a-politica, e legittimata solo dopo la diffusione, a partire dal ’93, delle teorie di Hakim Bey sulle TAZ, che davano dignità politica anche alle occupazioni non permanenti dei free party.

Quella stagione conosce il suo apice nel ’97, con l’occupazione stabile della ex fabbrica Fintek sulla Pontina, ma si esaurisce in modo altrettanto rapido. Il G8 di Genova, gli attentati dell’11 settembre e la Guerra del Golfo segnano, quasi simbolicamente, la fine di un decennio di fiducia nella mobilitazione di massa — e, insieme, la fine di un immaginario che era stato costruito intorno all’idea stessa di futuro.

“Noi siamo cresciuti nel Novecento con l’idea, anzi, più che con l’idea, con la produzione culturale, di fumetti, film, musica che parlava di cosmo, spazio, viaggi intergalattici, futuro, macchine volanti, teletrasporto”, spiega Lai. “Tutta questa cultura ha contribuito a una rincorsa verso il Duemila, che era l’anno simbolico del futuro. Tutti si chiedevano: nel 2000 come vivremo? Lucio Dalla cantava Il motore del 2000. E poi cos’è successo? Che tutto quel futuro che ci aspettavamo non c’è stato. Ci siamo svegliati nel 2001 che sembrava ancora il Novecento, e si sono aggiunti il G8 e, dopo tre mesi, le Torri Gemelle. Prima del 2001 c’era stato un vero e proprio sprint verso il futuro e questa euforia che si respirava ovunque ha avuto successivamente un backlash, un down. Nella musica, i bpm verso la fine del secolo sono saliti sempre di più: il clubbing era 130, 135, 140, 150, fino a 170-180. Poi, passato il secolo, sono tornati giù a 70.”

Al posto di quell’euforia resta una generazione più adulta, disillusa dalla politica attiva, che cerca rifugio in esperienze più piccole, intime, capaci comunque di far stare bene. Ed è proprio in questo contesto che ci si approccia sempre meno al rave di massa e sempre di più al club. In questo passaggio — dalla piazza al capannone occupato, dal capannone alla sala di un proto-club — va collocata la nascita di Agatha: un nuovo clubbing che eredita la tensione politica dei free party, ma la trasferisce su una scala più raccolta, più vicina al corpo.

“Quel rallentamento è stato anche una sorta di chiusura culturale — ma non una chiusura come quella di adesso. Oggi il club è un posto piccolo, poche persone, tutti dello stesso cluster: il fatto che in una pista siano tutti uguali a te è l’opposto del clubbing, che è nato come un crossover tra camionista e avvocato, spacciatore e prostituta, gay ed etero — era super inclusivo. Oggi quell’inclusività si è persa tantissimo, perché in realtà le persone frequentano i posti dove sono tutti uguali a loro. È una ricchezza che si è persa completamente. Lo scambio dev’essere col “diverso”, non con “l’uguale” a te.”

Dallo stesso contesto storico e culturale, a Roma nascono anche altre traiettorie parallele. Dal 2004, Francesco Macarone Palmieri, meglio noto con l’alias Warbear — ricercatore di antropologia urbana, studi transmediali ed ex frequentatore della scena rave capitolina — dà vita a Phag Off, serata che rivendica apertamente la propria natura queer e sperimenta un modello di DJ set volutamente amatoriale, ospitata per anni al Metaverso di Testaccio. Accanto a Phag Off, nella stessa location e con lo stesso nucleo, Palmieri porta avanti il progetto Subwoofer, serata dedicata alla comunità bear italiana.

Questi sono solo altri tasselli di quella stessa Roma post-rave che, agli inizi dei Duemila, si ricolloca all’interno di realtà più intime, spazi sicuri in cui il clubbing non è relegato solo alla ricerca musicale o al ballo, ma diventa espressione più ampia delle micro-sottoculture del momento.

AGATHA forward al Mattatoio: un unico discorso, più dispositivi

La sera del 19 settembre al Mattatoio, dentro il programma del Romaeuropa Festival, Agatha torna con un nome che è già un programma: forward, appunto. La line-up non vuole essere un revival, ma un continuare ad avere lo sguardo sul futuro, e chiama a raccolta realtà che oggi portano avanti un discorso musicale affine: Reveries con VSC, Frenetik & Orang3, il collettivo milanese Lobo, Bluemarina.

Line-up, mostra fotografica, allestimenti e live AV sono dispositivi equivalenti: letture parallele dello stesso testo.

Come allora, la serata non riduce la musica a intrattenimento isolato. Line-up, mostra fotografica, allestimenti e live AV sono dispositivi equivalenti, letture parallele dello stesso testo, non un contorno decorativo attorno al DJ set.

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