14.09.2026

Venezia parallela: diario dall’83ª Mostra del Cinema

Tra le polemiche sul Leone d'Oro a Woman Unknown e il cortocircuito di Naza, il concorso ufficiale si rivela un terreno di contraddizioni per le registe donne. È nelle sezioni parallele, tra La ragazza con la Leica, Anatomia di un ritratto, Auber 89 e Se mai le cose, che l'archivio si fa spazio politico, e il cinema femminile trova il modo di resistere.

Scrivere una pagina di impressioni su un festival cinematografico comporta sempre un grande e accurato lavoro di selezione. Cosa raccontare per rendere l’idea di quella che è stata un’esperienza dalla durata di (quasi) dieci giorni? Si è appena conclusa la Mostra del Cinema di Venezia, che quest’anno ha spento 83 candeline – tra giuste polemiche sull’insostenibilità economica della rassegna e una selezione “inedita” del concorso ufficiale, con l’inaspettata assenza di grandi nomi di Hollywood abituati a sbarcare sul Lido a fine estate.

Il Leone d’Oro e il paradosso del concorso

La cerimonia di premiazione si è svolta ieri e il Leone d’Oro è stato assegnato a Woman Unknown di May el-Toukhy, lungometraggio su cui tutti gli occhi di pubblico e critica erano puntati per essere l’unico film diretto da una regista donna in concorso – se si esclude Naza, che conta sulla co-regia di Rachel Szor e Yuval Abraham. Anche l’assegnazione del premio non è stata risparmiata dalle polemiche: la presidente di giuria Maggie Gyllenhaal, durante la conferenza stampa conseguente alla cerimonia, con tono sarcastico ha commentato di non aver visto il film ma di aver assegnato il premio all’unica regista donna, in quanto donna. Resto perplessa dalla situazione che si crea in sala stampa: paradossalmente, l’unico film di una regista in concorso mette in scena la storia di una donna che ha ben poco di esemplare, anzi. Sul fatto che il film sia «valido, ben fatto e brillante», come lo ha definito Gyllenhaal, non ci sono dubbi: restano, invece, molte domande sul perché, ad esempio, Nanni Moretti possa partecipare a Venezia con una commedia mediocre e, invece, il resto delle registe donne devono tirar fuori personaggi estremamente complessi e chiaroscurali per poter avere un posto in concorso.

Nei giorni precedenti alla cerimonia di chiusura, da parte della stampa non c’erano molti dubbi sull’assegnazione di tutta questa serie di leoni. Infatti, in un concorso non particolarmente brillante, a spiccare sono stati principalmente Possible Love (Ga-Neung-han Sa-rang) di Lee Chang-dong, che si è aggiudicato il Leone d’Argento e Naza di Szor e Abraham, documentario prodotto dal Guardian che ha ottenuto il Premio speciale della giuria. Naza era il film che più aspettavo di vedere, da quando è stato annunciato in concorso – ben più tardi rispetto al resto della selezione. Il documentario indaga attraverso una serie di testimonianze il lavoro di un preciso reparto dell’esercito israeliano, addetto all’organizzazione di missili programmati per abbattere edifici in Palestina. Per quanto la durata sia limitata a venti minuti, l’opera è comunque monumentale: girato interamente di notte, sopra i tetti di Tel Aviv, l’indagine procede per interviste e scene di vita quotidiana di una città dove la guerra non sembra minimamente esistere, nonostante a separarla da Gaza intercorrano soltanto sessanta chilometri, provocando un vero e proprio cortocircuito nello spettatore. Per quanto siano prontamente intervenuti detrattori del film – e del messaggio di pace che porta con sé, evidenziando quanto siano chiare le posizioni di carnefici e vittime nel massacro della popolazione palestinese – Naza resta il film più importante della Mostra del Cinema (su cui, ricordiamolo, assieme a quella di altri paesi sventola tranquillamente la bandiera di Israele).

Le sezioni parallele

Per quanto mi riguarda, se ho un rapporto più d’amore che di odio con questo festival lo devo principalmente alle sezioni parallele al concorso che la Mostra propone. Il mio personale festival, infatti, è iniziato proprio con l’ultimo lungometraggio diretto da Alina Marazzi, La ragazza con la Leica, film selezionato come apertura della sezione Orizzonti. Da grande appassionata di cinema d’archivio non mi preoccupo troppo di mettere una sveglia (molto) presto per accedere all’anteprima stampa delle otto e trenta del mattino. Mentre mi reco in sala Darsena, una sala bellissima da 1400 posti a sedere e con una temperatura associabile a quella di una cella frigorifera, mi rendo conto che qualcosa non quadra. In un concorso all’interno del quale non sono state selezionate donne registe – tolte le eccezioni già menzionate – perché inserire il film di Marazzi in una sezione parallela al concorso e, diciamocelo, considerata comunque minore? Certo, il film ha avuto un suo peso specifico nella programmazione e nel calendario degli accreditati, ma si sa bene che la maggior parte della stampa arriva a Venezia il giorno stesso dell’inizio della manifestazione, abbassando, di fatto, la fruibilità di una proiezione così presto al mattino. La ragazza con la Leica è l’omonimo adattamento del romanzo di Helena Janeczek (Guanda, 2017) e si incentra sulla storia di Gerda Taro, fotografa e fotoreporter il cui nome, nel corso degli anni, è stato spesso e volentieri associato a quello del compagno Robert Capa e non al suo lavoro di reportage. Il film si compone di una ricostruzione fiction della storia, con Taro interpretata da Emilia Schüle e Capa da Aaron Altaras e di buoni “intermezzi” d’archivio – soprattutto riguardanti la Guerra Civile spagnola, ampiamente documentata dai due fotografi. La vicenda di Taro, tragicamente uccisa all’età di ventisei anni durante un bombardamento nei pressi di Brunete, è stata trascurata dalla Storia; i suoi lavori, infatti, sono riemersi solo verso la fine degli anni Novanta, in una soffitta di Città del Messico. A volte, però, la vita reale riesce a essere ancora più ironica della finzione e Marazzi, durante la conferenza stampa conseguente al film, non tarda a evidenziarlo. Riguardo all’assenza di registe donne in concorso, la regista, infatti, commenta: «È coerente che questo film sia nel concorso “altro”. Siamo felicissimi di presentare il film come film d’apertura di Orizzonti, crediamo ovviamente in questo film, altrimenti in tutti questi anni la produzione e i soggetti non avrebbero sostenuto un progetto così complesso. Abbiamo creduto nel voler raccontare la storia di una donna che era stata dimenticata».

Dalla prima conferenza stampa di questo festival esco amareggiata: Marazzi è una cineasta con alle spalle un grande lavoro di regia nel mondo del lungo e cortometraggio, attualmente dirige un festival dedicato al filmato d’archivio e il progetto della Ragazza con la Leica ha coinvolto nella produzione altri due paesi europei (Francia e Germania), oltre all’Italia. Quanto ancora deve dimostrare una donna (o una persona socializzata come tale) di saper fare il proprio lavoro per poter ottenere la stessa riconoscibilità che viene riservata ai professionisti uomini?

Durante la Mostra del Cinema il tempo e lo spazio iniziano a cambiare forma e connotazione.

Nel corso dei giorni successivi, riesco a incastrare tre visioni di film in concorso tutti italiani, tutti diretti da uomini e, in ultima istanza, tutti piuttosto mediocri e dimenticabili. Non importa il genere: dal dramma (The Echo Chamber), passando per la commedia (Succederà questa notte), fino ad arrivare all’horror (L’estranea) né Pallaoro, né Moretti né tantomeno Strippoli mi hanno convinta. Abbandono velocemente la nave del vedere il mio Paese rappresentato nel concorso principale di uno dei più importanti festival di cinema: scusami, Edoardo De Angelis, ma le premesse non erano delle migliori. Un aspetto che, però, mi ha divertita nel vedere questa triade di italiani è stata proprio l’esperienza in proiezione stampa: se è vero che al cinema impariamo da piccoli a stare in silenzio e composti durante la visione, non c’è luogo migliore dei grandi festival di cinema per ricredersi. Con il fatto che le anteprime riservate alla stampa sono, spesso e volentieri, tra le ore otto e nove del mattino, la visione è accompagnata da una sinfonia di suoni del pubblico. Tra chi non riesce a tenere gli occhi aperti e cade nelle braccia di Morfeo e chi – solitamente critici habitué del festival – parte prevenuto sul film, non risparmiando commenti ad alta voce, va spesso a finire che il vero spettacolo è quello che si consuma fuori dal (o davanti al) grande schermo.

Durante la Mostra del Cinema, e a differenza di Cannes e Berlino, dove gli “orari da ufficio” paradossalmente sono ben più presenti, il tempo e lo spazio iniziano a cambiare forma e connotazione. Perdo rapidamente cognizione di quale giorno della settimana sia e faccio fatica ad abituarmi a uscire dalla sala e imbattermi in persone che stanno andando a fare un bagno sulla spiaggia del Lido: l’atmosfera di vacanza è onnipresente, ovunque ci si trovi. Influenzata da questo clima rilassato, dalla musica dei vari afterparties che si susseguono sul lungomare e che mi accompagnano la sera, quando torno a casa, dopo qualche giorno i buoni propositi di incastrare tre o quattro film iniziano ad andare in fumo. Decido, quindi, di esplorare il resto di attività giornaliere che il Lido può offrire e approdo velocemente a Isola Edipo, manifestazione che avviene in occasione della Mostra del Cinema e le cui attività si dividono tra incontri diurni e proiezioni notturne, con la sezione delle Notti Veneziane realizzata in collaborazione con Giornate degli Autori. Il campo base di Isola Edipo si divide tra la Riva di Corinto, dove già dal tardo pomeriggio ho avuto modo di assistere a incontri illuminanti sui più disparati temi (non sapevo che si potessero mangiare le alghe della laguna di Venezia!) e la Sala Laguna, sede delle Notti Veneziane.

È nell’atmosfera decisamente più informale e rilassata di questa sala, lontana dallo stardom e da un certo tipo di cinema mainstream che scopro alcune chicche della scena contemporanea italiana – e devo ricredermi su quanto visto in concorso alla Mostra. Non faccio fatica a rinvenire un filo rosso che collega i film presentati nelle sezioni parallele al concorso, e posso riassumere questo collegamento individuando il tema di grandi figure femminili e l’archivio usato come strumento per poter raccontare le loro storie. In Anatomia di un ritratto, Clerici e Colombo si impegnano nella vera e propria ricostruzione della figura di Fernanda Wittgens, prima direttrice donna della Pinacoteca di Brera, di cui non si conservano tracce audiovisive, ma solo un brevissimo frammento dalla durata di cinque secondi. Con l’aiuto dell’attrice Sara Clerici e della studiosa Giovanna Ginex, il tentativo ripreso in camera è quello di dare un volto, una figura e una presenza fisica a Wittgens, riflettendo sul portato che la sua attività ha avuto nel mondo dell’arte del Secondo dopoguerra. L’archivio è protagonista anche nel lungometraggio Auber 89, dove il regista Giuseppe Schillaci mette sul tavolo un grande repertorio di VHS, filmati amatoriali e altri d’archivio per rispolverare la storia di Aubervilliers, un comune appena fuori Parigi oggetto di un’importante riqualificazione territoriale nel corso degli anni Ottanta. Nel farlo coinvolge l’attore Fasah Bouyahmed, nato e cresciuto proprio nel quartiere in questione; Bouyahmed, che in seguito a un incidente ha perso la memoria, si ritrova a ripercorrere la propria infanzia e adolescenza grazie alla grande quantità di materiale che è stato prodotto dai vicini di casa. L’archivio, in questo caso, diventa dispositivo fondamentale di memoria, sia che si tratti di quello informale, custodito nel cassetto dell’armadio che di quello “istituzionale”, con riprese televisive e commissionate dagli enti addetti alla ricostruzione urbanistica. In un presente che fa sempre più fatica a fare i conti con il proprio passato e la storia, forse non è un caso che cineasti di diversa provenienza e formazione attingano alle risorse già presenti per comprendere e risemantizzare le complessità del mondo contemporaneo.

Il mondo dell’archivio, però, non resta confinato entro i limiti del lungo documentario: è con un cortometraggio narrativo presentato alla SIC (Settimana Internazionale della Critica) che posso dire di essermi innamorata di un film che ho visto a Venezia quest’anno. Nonostante i complicati orari proposti da questa sezione (le première dei film sono alle 13:45 del pomeriggio), sono riuscita a prenotare un posto per vedere Se mai le cose di Giulia Cosentino. Non mentirò: l’attesa per il nuovo lavoro della regista siciliana classe 1990 era decisamente alta: dopo che Le prime volte – suo precedente lavoro diretto con Perla Sardella – ha fatto il giro del mondo, non potevo che aspettarmi una nuova chicca. Con Se mai le cose, Cosentino mette insieme archivio e narrazione in un cortometraggio dall’atmosfera sognante ma tremendamente reale e ancorata ai tempi moderni, per raccontare la fine di una relazione e il conseguente trasloco dalla casa un tempo condivisa.

Sono le lacrime versate dagli oggetti o le lacrime che gli oggetti provocano in noi?

Cosentino, che non è certo nuova alle pratiche d’archivio e all’ibridazione tra materiale recuperato e risemantizzato e riprese realizzate ad hoc, propone fotografie e filmati non come metafora o specchio di qualcos’altro, ma semplicemente come testimonianza di qualcosa che è stato. Al tema portante della rottura dei due personaggi principali (interpretati da Astrid Casali ed Emanuele Linfatti), infatti, si aggiunge un voice over scaturito dagli oggetti che la protagonista man mano mette via. Per una strana coincidenza della vita, proprio qualche giorno fa commentavo con una persona a me cara quanto gli oggetti, di per sé, mettano tristezza. Nel portare avanti questa conversazione mi è tornata in mente – un flashback universitario, praticamente – una novella di Giovanni Verga, dall’evocativo titolo Lacrymae Rerum, «le lacrime delle cose». Il racconto ha come centro narrativo la storia di una casa, esposta attraverso la descrizione degli oggetti e mobili che hanno vissuto “in prima persona” il susseguirsi delle generazioni che hanno abitato la dimora. Anche nel cortometraggio di Cosentino, non sono solo le fotografie a restituire il ricordo e la nostalgia di un tempo andato: da una teiera in ceramica giapponese, passando per le lenzuola su cui ogni giorno i nostri corpi si stendono, ogni oggetto è in grado di raccontare una storia – in questo caso, letteralmente, come se la protagonista potesse proprio ascoltare e ripercorrere le vicende passate attraverso il contatto con le singole cose. Cosentino mette in scena una storia familiare con un’attenzione per il particolare difficile da incontrare di questi tempi, sempre più approssimativi e che ormai lasciano poco spazio alla contemplazione del mondo circostante, del dolore e della fine di una relazione. Sono le lacrime versate dagli oggetti o le lacrime che gli oggetti provocano in noi? Questo genitivo rimane un mistero che la linguistica non può permettersi di sciogliere.

In attesa di rivedere Naza e Woman Unknown presto nelle sale italiane, chiudo questo resoconto di Venezia forse in modo più polemico di quanto mi ero ripromessa all’inizio. O forse no, chiudo con una nota di speranza e con un po’ di soddisfazione che non mi aspettavo di provare: mi è bastato uscire fuori dal sentiero tracciato dal concorso principale per capire che un cinema femminile e femminista, inclusivo e aperto a tutte le marginalità non solo è possibile, ma è ben presente e continua a resistere in questo difficile e disastrato mondo dell’audiovisivo.

Continua ad esplorare

Usa le categorie per filtrare gli articoli

[NON PERDERTI LA NOSTRA NEWSLETTER SETTIMANALE]

Non perderti la nostra newsletter settimanale che ogni sabato raccoglie una selezione di storie e notizie che raccontano il mondo della creazione culturale, dell’innovazione tecnologica, della sostenibilità ambienale e sociale.