10.06.2026

Rappresentazione e visibilità LGBTQI+ al Festival di Cannes

Dalla redenzione degli horror transfobici anni Settanta al ritorno di Almodóvar sulla propria storia: la 79ª edizione del Festival ha fatto della rappresentazione LGBTQI+ il filo conduttore di una selezione tutt'altro che casuale.

È, ormai, un fatto assodato che la rappresentazione e la visibilità della comunità LGBTQI+ nella produzione audiovisiva mainstream sia aumentata esponenzialmente nell’ultimo decennio. Basti pensare, giusto per citare qualche esempio, ai recenti fenomeni della serialità televisiva: dalla canadese Heated Rivalry (J. Tierney, Crave, 2025 – in corso), passando per Heartstopper (A. Osman, Netflix, 2022—2024) fino ad arrivare alla produzione italiana Prisma (A. Urciolo, L. Bessegato, Prime Video, 2022—2024).

Oltre Emilia Pérez

Sul versante cinematografico, si può parlare di una analoga situazione di rappresentazione, con un crescente numero di produzioni che si pongono l’obiettivo non solo di raccontare la comunità LGBTQI+ in sé e per sé, ma evidenziandone le mille sfaccettature e complessità che si possono incontrare al giorno d’oggi, in una società non più informazionale, ma addirittura dominata dall’algoritmo. Cancel culture, rivisitazione (e conseguente riappacificazione) di un difficile passato mediatico – in cui spesso far parte della comunità equivaleva a ottenere un ruolo da antagonista, semplificando al massimo le dinamiche rappresentative – sono alcuni dei temi che il cinema di oggi cerca di affrontare e la scorsa edizione del Festival di Cannes si è rivelata una cartina tornasole al riguardo. Il Festival diretto da Thierry Fremaux, dopo aver presentato in concorso e assegnato il premio alle migliori attrici al controverso Emilia Perez (J. Audiard, 2024), sembra aver cambiato direzione nella selezione dei lungometraggi, rendendo questa edizione «the queerest Cannes ever», come il regista Jordan Firstman l’ha prontamente definita durante la kermesse. La definizione non è fuori luogo: infatti, in concorso ufficiale sono tornati alcuni dei registi queer più cari al Festival: Pedro Almodóvar, fresco di Leone d’Oro per The Room Next Door (2024), con il film Amarga Navidad ha portato sulla Croisette un grande lavoro di autoriflessione e metacinema, condividendo con il pubblico quello che ha significato per lui lavorare durante tutti questi anni in una Spagna che – volontariamente o meno – lo ha eletto a icona LGBTQI+ del cinema nazionale.

La sorpresa di Cannes viene da García Lorca

Anche Lukas Dhont fa il suo ritorno sulla Croisette, regista “nato e cresciuto” all’interno del Festival – fu proprio a Cannes che vinse la Camera d’Or per il miglior esordio con Girl (2018) e ritornò in concorso nel 2022 con Close. Dhont porta in scena con Coward una storia d’amore tra due soldati impegnati a combattere nelle trincee della Prima guerra mondiale, delineando una trama involontariamente simile a un altro lungometraggio in concorso: La bola negra, adattamento degli spagnoli Javier Ambrossi e Javier Calvo (conosciuti come Los Javis) della pièce teatrale La piedra oscura (A. Conejero, 2015). 

Forse è proprio La bola negra la sorpresa del concorso ufficiale di questa edizione: in un mare di nomi ormai noti e consolidati al pubblico e alla critica internazionale – tra un mediocre Farhadi e un Hamaguchi non all’altezza di Drive my car (2021) – i due registi spagnoli, conosciuti principalmente per le loro produzioni televisive (firmano la regia della serie comica Paquita Salas e del thriller La Mesías) hanno colpito il pubblico con una storia ancora drammaticamente attuale, in cui protagonista è Rafael Rapún (Miguel Bernardeau), amante del poeta Federico García Lorca. 

Lorca è, infatti, una figura ancora molto contesa tra una destra che nega disperatamente l’implicazione dei franchisti

Se nel 2021 era stato proprio Almodóvar ad aprire la Mostra del Cinema di Venezia con Madres Paralelas, film in cui il regista rifletteva sul portato politico di un paese che non aveva ancora fatto i conti con l’eredità del franchismo, Ambrossi e Calvo tornano sulla questione con un film in costume e con il chiaro intento di mantenere viva la discussione sul problema delle fosse comuni – all’interno delle quali venivano fatti sparire i corpi dei dissidenti politici, politicamente schierati a sinistra e difensori della repubblica, durante la Guerra civile spagnola (la stessa che avrebbe dato inizio alla lunga dittatura di Francisco Franco).

Anche Lorca è andato incontro a questa tragica fine e i due registi rendono omaggio a tutti coloro che hanno partecipato alla resistenza repubblicana, tenendo sempre a mente la figura del poeta, il cui orientamento sessuale ancora oggi è argomento tabù nell’istruzione spagnola. Lorca è, infatti, una figura ancora molto contesa tra una destra che nega disperatamente l’implicazione dei franchisti nella sua uccisione – coinvolgimento, ormai, accertato da decenni – e una sinistra che, giustamente, reclama lo schieramento politico di un intellettuale che in vita non aveva problemi a definirsi «socialista umanitario». L’operazione metacinematografica di coinvolgere attori dichiaratamente queer o gay nella realizzazione del film (tra cui uno straordinario Guitarricadelafuente, cantautore valenciano alla sua prima prova attoriale) consente, infine, ai registi di prendere posizione nei confronti di tutti quegli artisti la cui voce è stata silenziata troppo a lungo per discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, come non hanno mancato di evidenziare durante la conferenza stampa conseguente alla première del film.

Redimere il mostro: dall’horror transfobico al cult queer

A fare i conti con un passato turbolento per la comunità LGBTQI+, stavolta non dal punto di vista prettamente politico, ma culturale e, nello specifico, cinematografico, è anche la regista Jane Schoenbrun, che con il suo Teenage Sex and Death at Camp Miasma restituisce una nuova dignità ai film di genere e agli horror considerati di serie B tipici degli anni Settanta del secolo scorso. Il lungometraggio di Schoenbrun, presentato all’interno della sezione Un Certain Regard e vincitore della Queer Palm, riesce molto bene a dare una risposta all’annosa domanda che da qualche anno domina la scena culturale, ovvero, se sia possibile o meno salvare l’opera dal contesto storico in cui è stata prodotta, nonostante gli evidenti problemi dal punto di vista della rappresentazione di determinate categorie e gruppi marginali.

Nel ricostruire, a sua volta, un film di genere che ironizza sulle problematiche dei film horror di cui finisce per fare una parodia, Schoenbrun propone una soluzione che tenga di conto del contesto storico in cui determinati film venivano realizzati. Un classico tropo narrativo, ovvero quello del personaggio transgender assassino – con una conseguente banalizzazione e ridicolizzazione della disforia di genere, come se cambiando i propri connotati fisici il personaggio potesse cambiare la personalità, spesso e volentieri in modo peggiorativo – viene qui riproposto in chiave prima parodica, poi più seria e stratificata. Schoenbrun esorta lo spettatore a non eliminare a priori tutto ciò che di transfobico esisteva in un preciso periodo storico – un titolo fra tutti, Dressed to Kill (B. De Palma, 1980) – ma a capire il contesto con una nuova sensibilità e consapevolezza, condannando l’ottusità e il bigottismo del presente e producendo un’arte che possa essere inclusiva, mai a scapito della qualità tecnica. Infine, sempre all’interno della sezione Un Certain Regard, vale la pena menzionare Club Kid lungometraggio d’esordio dell’attore e sceneggiatore newyorchese Jordan Firstman, che almeno fino al suo arrivo a Cannes, era conosciuto principalmente per aver interpretato ruoli comici – non solo in Rotting in the Sun (S. Silva, 2023) ma anche come co-protagonista di Rachel Sennott nella serie firmata HBO I Love LA (R. Sennott, 2025 — in corso). Firstman cambia completamente veste attoriale interpretando Peter, un trentenne troppo abituato a fare festa per potersi occupare dell’arrivo improvviso di Arlo (Reggie Absolom), un figlio che non solo non sapeva di avere, ma che ha ormai compiuto dieci anni.

È nel tono e nell’andamento generale del lungometraggio che Firstman dà il meglio di sé

La delicata storia che Firstman mette in scena si configura come un vero e proprio coming of age (se è vero che l’adolescenza, secondo studi recenti, sembra finire con l’arrivo dei trent’anni) e prende vita in una New York notturna e dominata, appunto, dai clubs. Per quanto la linea narrativa di base (quella di un ragazzo irresponsabile che, di fronte a qualcosa di così grande e inspiegabile come la nascita di un figlio, decide di mettere a posto la propria vita) possa sembrar cadere nei vari clichés di genere visti e rivisti, è nel tono e nell’andamento generale del lungometraggio che Firstman dà il meglio di sé – sia come attore, che come sceneggiatore. Le battute leggere che costellano il film, intrise di cultura e subculture dell’internet contemporaneo, il tema della famiglia scomposta e ricomposta nella cerchia di amici e nella comunità queer dove ognuno può sentirsi al sicuro e al riparo dal mondo là fuori e, infine, la spontanea costituzione di un nucleo familiare in cui le fragilità vengono poste in primo piano rendono Club Kid un cult istantaneo e di cui si sentirà parlare a lungo negli anni a venire – soprattutto dal punto di vista della rappresentazione LGBTQI+ nel cinema mainstream.

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