25.11.2025

Tre punti su lavoro culturale, maranza e il partito della sorveglianza

Valerio Renzi, Martina Testa e Simone Pieranni raccontano il loro punto di vista per Uscita, il festival di Nero: il nuovo capro espiatorio nazionale, Palantir è il nostro Partito e il problema culturale non è l’amichettismo nella sala da ballo del Titanic

A Roma, in diverse librerie, dal 25 al 28 novembre il festival USCITA propone incontri, dibattiti, ascolti, laboratori e performance nei luoghi in cui i libri trovano spazio ogni giorno: le librerie

L’idea di fondo è quella di superare il formato fieristico di Più Libri Più Liberi che si è ormai adagiato sulle logiche del mainstream. Il punto di non ritorno è stato l’inaccettabile gestione del caso-Caffo dello scorso anno. Qui il comunicato di Nero. Non si tratterà di semplici presentazioni, ma di conversazioni: dalla politica internazionale alle culture urbane, dalle questioni di genere ai cambiamenti che stanno modificando le nostre città.

USCITA vuole riportare l’attenzione sulle librerie come spazi di discussione, comunità e confronto. Il più possibile lontano dai ritmi e dalle dinamiche delle grandi fiere e dalle logiche più prevedibili del marketing culturale.

Noi di Siamomine abbiamo selezionato tre incontri del programma che, in particolar modo, vi consigliamo di seguire. Abbiamo chiesto un breve intervento a Simone Pieranni, Valerio Renzi e Martina Testa.

Dal grande timoniere al grande fratello. Controllo, distopia hi-tech e politica dei corpi made in China

Con Flavia Capone, Ilaria Peretti, Simone Pieranni in collaborazione col gruppo di letture femministe di Letture Metropolitane
Mercoledì 26 novembre ore 19:00 – Libreria Tra le righe.

“Per quanto riguarda la distopia della sorveglianza, non c’è differenza tra noi e la Cina
Palantir ha ampiamente raggiunto il livello cinese: basta pensare a quello che fa con l’ICE. Il fenomeno cinese ha precorso quello che adesso abbiamo da noi, anche se siamo due sistemi politici diversi. Ma sia Alibaba che Palantir servono i rispettivi governi con un controllo completo. 

In ogni modo, l’incontro avrà anche uno sguardo femminista che ci permetterà di capire ancora meglio alcune di queste questioni. Ma il punto è che continuiamo a proiettare su luoghi lontani i pericoli della tecnologia senza accorgerci di averli in casa. Vivendo in democrazia, riteniamo che i nostri dati vengano utilizzati perlopiù per funzioni commerciali. Se fossimo migranti, però, ne avremmo una percezione diversa: ormai la tecnologia di sorveglianza è impiegata per tutto ciò che riguarda il controllo dei confini, e negli USA questo è ancora più evidente. 

Forse è persino più subdolo, perché i cinesi almeno sanno di essere sorvegliati.

La nostra tendenza è spostare lontano le paure che non vogliamo vedere sotto casa nostra. È una questione di percezione del pericolo. Non ci rendiamo conto che nel momento in cui facciamo un selfie stiamo già regalando i nostri dati alla sorveglianza e ad aziende che li utilizzeranno almeno per scopi commerciali, ma chissà per cos’altro. Forse è proprio a questo che mirano aziende come Palantir, che in fondo ricreano un panopticon non poi così diverso da quello del Partito Comunista cinese. Forse è persino più subdolo, perché i cinesi almeno sanno di essere sorvegliati, mentre noi pensiamo di non esserlo.”

Simone Pieranni ha fondato l’agenzia editoriale China Files. Già responsabile della redazione esteri del Manifesto, oggi lavora a Chora Media. È autore di Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina (Laterza, 2020), La Cina nuova (Laterza, 2021), Tecnocina (add editore, 2023) e 2100. Come sarà l’Asia, come saremo noi (Mondadori, 2024).

Panico Maranza. Quando le periferie guardano con odio

Tavola rotonda con Benedetta Di Placido, Gabriel Seroussi, Valerio Renzi
Mercoledì 26 novembre ore 20:00 – Libreria Trastevere.

“Il 24 novembre del 2024 a Milano Ramy Elgaml perdeva la vita a 19 anni, speronato mentre viaggiava a bordo di un T-Max da una gazzella dei Carabinieri. La notte successiva centinaia di giovani davano fuoco al Corvetto. I maranza diventano da quel giorno, e in brevissimo tempo, il folk devil per eccellenza. Sono i ragazzi e le ragazze di seconda generazione, per lo più di origine nordafricana. Sono nati qui ma non sono cittadini italiani. Frequentano le nostre scuole, vengono sfruttati nei nostri bar, ma sono cittadini di serie B.

La parola nasce dalla crasi tra “zanza” (un modo di dire milanese che sta a indicare circa un piccolo delinquente, uno che si arrangia perché di umili origini) e “marocchino”. Da qui maranza. È usando lo spettro del maranza che le destre di strada e di palazzo stanno imponendo anche in Italia l’idea della “remigrazione”, ovvero il rimpatrio forzato di cittadini di origine straniera anche se regolarmente residenti o addirittura cittadini italiani. La Lega ha appena presentato un disegno di legge in questo senso, presentandolo agli elettori come “legge anti-maranza”.

In molte città del Nord Italia sono nati comitati anti-maranza, mentre improvvisati vigilantes fanno ronde promosse, in maniera più o meno mascherata, da gruppi neofascisti. Allo stesso tempo influencer e youtuber promuovono anch’essi ronde a caccia di maranza. Studio e racconto la destra più o meno radicale, e non è strano che in questi mesi mi sia occupato spesso della questione. 

Il ribaltamento dello stigma e la propria autoaffermazione passa attraverso l’utilizzo dei codici e dei valori della nostra società.

Sono un giornalista che si occupa di destre, quindi niente di strano. Ma sono anche un attivista.
I maranza a volte sono presentati a sinistra come il nuovo soggetto antagonista da sovraccaricare di proiezioni di chi ha perso il “soggetto” verso il Sol dell’Avvenire. In alternativa sarebbero l’altra faccia della medaglia dell’etica neoliberale in versione “arraffa e scappa”. Probabilmente sono vere entrambe le cose: parliamo di ragazzi e ragazze che sono portatori di una buona dose di comportamenti socialmente antagonisti; dall’altra, spesso il ribaltamento dello stigma e la propria autoaffermazione passa attraverso l’utilizzo dei codici e dei valori della nostra società, estremizzandoli (da qui l’esibizione della ricchezza, il mito del farcela e così via). 

Ma c’è anche un altro modo per affrontare la questione.
Dopo la morte di Ramy abbiamo accolto al Brancaleone di Roma, in un incontro privato, una delegazione di attiviste e attivisti del centro sociale Lambretta insieme agli amici e alle amiche del 19enne che aveva da pochi giorni perso la vita. Abbiamo parlato in cerchio per più di quattro ore. Noi abbiamo ascoltato le loro storie, quella parte del loro vissuto irriducibile alla nostra esperienza, poi ci siamo riconosciuti come parte di qualcosa di comune. È stato bello, ne sono nati legami in alcuni casi lunghi e duraturi.”

Valerio Renzi, giornalista, da anni si occupa di destre radicali e culture di destra. Ha scritto La politica della ruspa. La Lega di Salvini e le nuove destre europee (Edizioni Alegre, 2015), Fascismo Mainstream (Fandango, 2021), Essere tempesta. Vita e morte di Giacomo Matteotti (Momo Edizioni, 2024) e Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango, 2025).

Vita agra vita di merda. Per farla finita col lavoro culturale

Con Marco Rossari, Martina Testa, Redacta
Giovedì 27 novembre Ore 20:00 – Libreria Giufà.

“Chi è il lavoratore della cultura? Quello che scrive i romanzi, i film, le canzoni? Quello è l’artista, e l’artista nessuno ha mai detto che debba diventare ricco, anzi da che mondo è mondo il vero artista si accolla di fare la fame ed essere ai margini, se proprio è bravo troverà un mecenate, o un numero sufficiente di persone che paghino per possedere le sue opere (o insomma, nella cultura di massa, copie fisiche delle sue opere); ma se scegli di fare l’artista, il critico, l’intellettuale scegli la via che è altra da quella dell’impiegato e del dipendente, e per me te la devi accollare: non sono mestieri con un salario.

Oppure il lavoratore della cultura è quello che lavora per un’azienda del settore culturale, diciamo una casa editrice: e pure quello, a che soldi pensa di aver diritto, uno che si è scelto quel lavoro lì nella struttura del mercato attuale, dove la piccola e media impresa sta morendo schiacciata dai grandi gruppi editoriali che comunque stanno morendo schiacciati dalle Big 5 digitali che controllano la diffusione di qualunque contenuto? Le case editrici, con tutto il loro personale, sono esattamente il soggetto-gatekeeper che la disintermediazione operata da Amazon e dalle piattaforme di social media mirava a eliminare, e sta di fatto eliminando.

La battaglia è contro i social media commerciali e non contro l’amichettismo nella sala da ballo del Titanic.

Nel mondo attuale, quello organizzato intorno al capitalismo della sorveglianza, essere lavoratori della cultura vuol dire necessariamente stare su un mercato monopolistico del content targettizzato per consumatori profilati, un ecosistema al cui interno costituzionalmente non c’è spazio per esercitare i diritti dei lavoratori (e tantomeno l’arte).

Smettiamo di pensarci “lavoratori della cultura”, categoria autocompiaciuta che serve perlopiù a lagnarsi di uno stato di cose che coi nostri stessi consumi culturali abbiamo contribuito a creare, e pensiamoci cittadini che devono preservare non il proprio posto di lavoro in un’industria editoriale morente, ma le basi stesse della società democratica. Noi che lavoriamo con le idee e con l’arte, per me siamo credibili solo se facciamo la battaglia contro i social media commerciali e il software proprietario, la profilazione commerciale e la sorveglianza digitale, e non contro l’amichettismo nella sala da ballo del Titanic.”

Martina Testa è stata direttrice editoriale di minimum fax e lavora come editor per Edizioni Sur, dove cura insieme a Dario Matrone la collana di letteratura angloamericana Big Sur. Ha tradotto una settantina di titoli dall’inglese; fra gli autori su cui ha lavorato: Colson Whitehead, Bernardine Evaristo, Jennifer Egan, Zadie Smith, David Foster Wallace, Cormac McCarthy.

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