11.11.2025

Lo spettacolo della coscienza di Hiroshima

Nel 1945, Claude Eatherly diede il via libera allo sgancio della bomba atomica. Per tutta la vita tentò di espiare il gesto compiuto ma gli Usa preferirono considerarlo prima un eroe, poi un pazzo. Romaeuropa Festival, la compagnia Muta Imago porta in scena Atomica: teatro della coscienza e della colpevolezza dell’uomo occidentale.

Il 6 agosto 1945, Claude Eatherly pilota lo Straight Flush, un B29 di ricognizione, e dà l’ultimo via libera per sganciare la bomba atomica su Hiroshima. A differenza degli altri membri dell’equipaggio, Claude non riesce a dimenticare le centinaia di migliaia di vittime innocenti di quella missione. Il peso di quel giorno lo distrugge: commette furti e rapine, tenta il suicidio, abbandona la famiglia. Cerca in ogni modo di farsi riconoscere come colpevole dalla società. Finisce rinchiuso a tempo indeterminato nell’ospedale psichiatrico militare di Waco.

Nell’estate del 1959 riceve una lettera da Vienna. È firmata da Günther Anders, filosofo tedesco. Per Günther, Claude rappresenta l’incarnazione vivente della sua filosofia. Per Claude, Günther è forse l’unica possibilità di trovare comprensione e salvezza. Nasce così una corrispondenza in cui Günther aiuta Claude a ricordare e ricostruire i frammenti della sua esistenza. Insieme cercano di diffondere un messaggio di pace in un mondo che si rifiuta di ascoltarli.La compagnia Muta Imago, con gli attori Alessandro Berti e Gabriele Portoghese, mette in scena questo incontro tra due uomini fragili e spaventati. Atomica è un dialogo sulla nostra condizione umana, sospesa tra capacità immaginativa e possibilità del male assoluto.
E questa è la nostra conversazione:

SM: Questa è stata la sfida drammaturgica principale di lavorare su un testo profondo e filosofico, ma che rischia di rimanere astratto, per così dire?

MI: È una domanda centrale, inoltre il testo di partenza è un epistolario, quindi assolutamente una struttura drammaturgica non teatrale. Quello che abbiamo fatto è stato innestare questo epistolario con tutta una serie di altri materiali, ma soprattutto farci guidare dalla vicenda personale umana di Claude Eatherly e far scorrere un po’ parallelamente le vicende delle due figure, cioè di Claude e Günther Anders. Quindi, in qualche modo, è come se il personaggio di Claude ci desse sempre la possibilità di calare nella realtà le questioni filosofiche di Günther Anders. Claude Eatherly è un po’ il nostro maestro, nel senso che la sua vicenda umana diventa emblematica di ciò che potrebbe succedere a tutti noi: ha compiuto un gesto in maniera quasi inconsapevole, ma dalle conseguenze enormi. Si è reso responsabile della morte di 200.000 persone.

SM: Quali scelte avete fatto per rendere teatrale uno scambio fatto di lettere?

MI: A parte quello di cui ti raccontavo ci sono quasi delle digressioni. Per esempio, sul personaggio di Claude abbiamo lavorato anche molto in relazione al personaggio di Elvis Presley, al mito. Cioè cosa succede a Claude? Lui, torna dalla guerra e nonostante avesse appunto dato l’OK allo sgancio dell’atomica, viene accolto come l’eroe. E Claude rifiuta questa sua natura di eroe. In qualche modo, noi abbiamo lavorato su questa figura, no, dell’eroe sorridente, Elvis Presley. Per esempio Gabriele Portoghese, l’attore che interpreta Claude Eatherly, a un certo punto anche si lancia in una specie di concerto di un Elvis che però è esso stesso una figura devastata. Da certi punti di vista anche la sua vicenda è la vicenda di un dramma: se guardi gli ultimi concerti è un uomo devastato. Ci è sembrato che accostare queste due figure ci aiutasse un po’ a raccontare la complessità dell’idea dell’eroe americano.

SM: E su cosa si interrogano, diciamo, i nostri due protagonisti nella storia?

MI: Chiaramente è un lavoro che ha al centro un po’ la questione della coscienza. Cioè quanto possiamo essere colpevoli, anche se siamo solo rotelle di un sistema e dove e come possiamo sottrarci a essere rotelle di un sistema. Nonostante affronti questioni politiche anche molto complesse — la bomba atomica, il nucleare — in realtà il nostro sguardo è uno sguardo che è sempre molto personale, esistenziale. Perché quella è un po’ la chiave, anche drammaturgica. Solo se guardiamo da quel punto di vista lì poi paradossalmente riusciamo a leggerle meglio anche politicamente. Altrimenti si perde complessità e si diventa affermativi, esaustivi, ideologici. Ciò che ci racconta questo incontro di due persone così diverse — perché Günther Anders è un filosofo di Vienna, di origine ebraica, un uomo veramente europeo, è il Novecento, il meglio del Novecento europeo. Claude invece è un ex pilota texano, cresciuto in un mondo conservatore, cattolico — insomma, sono due persone diversissime che hanno proprio dei riferimenti anche diversi, ma il loro incontro forse ci dà un po’ delle risposte, no? Cioè ci dice che se ci mettiamo in ascolto dell’altro forse c’è una possibilità di sopravvivenza dell’umanità, che è la cosa più importante.

Immagina questo pianeta silenzioso senza più futuro, ma anche senza più passato.

MI: Günther Anders ha una sorta di ossessione che noi utilizziamo molto anche dal punto di vista visivo, scenico. In qualche modo lui è ossessionato dall’incubo del pianeta silenzioso. Dice: “Proviamo a chiudere gli occhi, proviamo a immaginare che la Terra dove oggi noi viviamo… è diventata, da pochi anni, la nostra casa comune; immaginiamola che continua a ruotare su se stessa nel silenzio, ormai senza più la presenza umana”. Immagina questo pianeta silenzioso senza più futuro, ma anche senza più passato… perché se noi cancelliamo l’umanità, non cancelliamo solo l’umanità del futuro, ma cancelliamo anche le sue tracce. Rispetto a questo, l’incontro con Eatherly diventa per lui una possibilità di salvezza, perché il suo dire “no” — tra l’altro è stato uno dei pochissimi — eh, perché poi, insomma, chi poi ha veramente sganciato la bomba atomica — che era sul bombardiere seguente, successivo a Eatherly — non si è mai pentito: è morto a 92 anni molto sereno dicendo che quella era un’azione che ha posto fine alla Seconda guerra mondiale, insomma. “Sì, vabbè, abbiamo sperimentato senza saper neanche che cosa era veramente una bomba atomica, ma è stata un’azione anche salvifica, nel senso che forse ha salvato anche tante altre vite di soldati americani”: e questo è il punto di vista della politica americana a tutt’oggi. E quindi, insomma, è decisamente una voce fuori dal coro, quella di Claude Eatherly.

SM: Prima di questo dialogo il filosofo Günther Anders aveva scritto il testo L’uomo è antiquato, una diagnosi della “vergogna prometeica”, diciamo, cioè una diagnosi della subalternità dell’uomo — novello Prometeo — al mondo delle macchine da lui stesso creato. Questa tesi è stata oggetto di riflessione nel vostro spettacolo?

MI: Sì, perché appunto, come dicevo prima, in qualche modo la figura di Claude Eatherly è emblematica, nel senso Günther Anders dice esattamente questo: il “dislivello prometeico” è quello che viviamo noi oggi, cioè la tecnica ci consente oggi di fare molto più di ciò che noi possiamo immaginare. Cioè io non immagino che, premendo un bottone oppure — come oggi, no — manovrando dei droni, noi possiamo arrivare a seminare il disastro nella vita di tantissime persone. Questa cosa qua noi non riusciamo a immaginarla perché è fuori dalla nostra portata immaginativa e ci allontana proprio dalla possibilità di entrare in empatia, di sentire, di capire quali sono le conseguenze dei nostri gesti. E quindi Günther Anders dice: “Noi dobbiamo allenare l’immaginazione per colmare questo dislivello tra ciò che possiamo produrre e ciò che possiamo immaginare. Dobbiamo fare questi allenamenti immaginativi in qualche modo, cioè dobbiamo diventare più consapevoli del risultato delle nostre azioni, in fondo”. E questo credo che sia qualcosa di estremamente attuale. Da questo punto di vista credo che Günther Anders veramente stia tornando di estrema attualità.

C’è da qualche parte un nesso fra la tecnologia che ha portato alla creazione della bomba atomica e la creazione dell’intelligenza artificiale.

SM: Mentre rispetto all’intelligenza artificiale, per esempio, può assumere un certo tipo di significato?

MI: Noi abbiamo lavorato molto anche su questo, nel senso che abbiamo scoperto — io non lo sapevo — che, lavorando a questo spettacolo, per esempio, lo studio dei primi calcolatori… c’è questo libro, Maniac, dove si parla della figura di John von Neumann, questo scienziato di origine ungherese. Dunque, lui ha costruito i primi calcolatori e l’America sostanzialmente è arrivata prima nella realizzazione della bomba atomica perché ha sviluppato una tecnologia legata ai calcolatori. E questa tecnologia è quella che poi è stata sviluppata ed ha permesso la creazione dell’intelligenza artificiale. Quindi, comunque, c’è da qualche parte un nesso fra la tecnologia che ha portato alla creazione della bomba atomica e la creazione dell’intelligenza artificiale. C’è una sottile connessione che comunque è legata allo sviluppo di un certo tipo di tecnica. Noi abbiamo cercato in scena anche proprio di visualizzare questa questione e quindi abbiamo costruito una macchina che si trova proprio sul fondo della scena, una macchina luminosa e sonora che per noi rappresenta anche proprio la bomba atomica e che è però anche ispirata un po’ ai primi calcolatori. Perché in fondo nella relazione fra Günther e Claude c’è sempre questa figura della bomba, perché — come dice Günther Anders — dal momento in cui è stata creata noi non possiamo disimparare a fare la bomba atomica. Cioè anche se magicamente sparissero tutte le armi atomiche, comunque ormai noi sappiamo come si fa e quindi ormai è cambiato tutto, non possiamo più tornare indietro: è una presenza che ci accompagna, che è con noi, che fa parte di questo mondo, rispetto alla quale poi dobbiamo interrogarci, no? sul tipo di relazione che vogliamo instaurare con questa macchina che è in grado di metter fine all’umanità.

SM: “Hiroshima in itself is not enough to explain your behavior”, i medici che trattavano Eatherly usavano questa frase per minimizzare la mostruosità della sua azione — che era in realtà collettiva — e renderlo deviante. È una traccia che è stata seguita all’interno dello spettacolo? È qualcosa con cui individualizziamo e patologizziamo chi prova a opporsi ai disastri della nostra epoca (climate change, numerosi genocidi che stanno avvenendo al momento, per esempio)?

MI: Questa, diciamo, è un po’ la bellezza di Anders è che dice a Eatherly: “Guarda che tu sei colpevole, non è che tu non sei colpevole; io non voglio consolarti”, come invece fanno i tuoi medici, l’ospedale militare, che ti dice: “No, tu sei solo pazzo, non sei colpevole, sei pazzo”. E invece Anders gli dice: “No, tu forse non sei pazzo, tu sei colpevole e per questo ti comporti da pazzo, perché la tua coscienza è ancora viva”, e penso che questa sia la bellezza, la profondità di questa frase. È quella che fa sì che Claude decida di iniziare questa corrispondenza, perché lui si sente compreso da questa lettura di sé, no? Perché, sai, quando ti dicono “sei pazzo”… poi forse Claude aveva anche effettivamente dei problemi psicologici, eh, perché è una figura molto complessa però ciò che dice Günther Anders è: “Tu comunque sei corresponsabile della morte di 200.000 persone; non puoi non diventare pazzo dopo aver ucciso o comunque essere stato corresponsabile della morte. Quindi, insomma, è chiaro che da questo punto di vista il governo americano, l’ospedale psichiatrico militare nel quale era stato recluso Claude, aveva tutto l’interesse di dire che quella è una sua malattia, sia mentale, sia personale, no?

SM: Su Instagram, in una card di lancio dello spettacolo, qualche giorno fa è stato scritto: “Avere coscienza significa dubitare di se stessi”. Che cosa si intende? Cosa significa avere coscienza nel 2025?

MI: Ecco, è proprio un po’ questo di cui parlavamo, no? Cioè dubitare… avere coscienza significa, in qualche modo — lo stimolo che cerca di dare Günther a Claude e quindi anche a tutti noi, no? — mettersi in una condizione di dubbio, di ascolto, di complessità. E quindi, anche se ti dicono: “Guarda, la cosa giusta è andare lì e bombardare” oppure “Guarda che tu non sei… cioè, come dire, sei pazzo perché hai un senso di colpa”, porsi degli interrogativi e non essere assuefatti, no? E non accettare la narrazione imperante, ma invece continuare a rimanere vigili rispetto a ciò che accade fuori da noi.

Consapevoli che tutta la narrazione occidentale su Hiroshima è stata anche “la bellezza del fungo atomico”.

SM: Com’è stato affrontato registicamente la presenza-assenza di questa catastrofe? E in generale cosa avete scelto di mostrare? Cosa invece avete lasciato all’immaginazione dello spettatore?

MI: Abbiamo fatto dei tentativi di rappresentazione di quell’orrore e assolutamente no, proprio: è stato impossibile provare a rappresentare quel dolore. Ciò che accade durante lo spettacolo è che c’è una linea parallela al racconto della relazione tra Günther e Claude. Sono i testi, le voci delle vittime che scorrono. Ci sono proprio dei sopratitoli che in tre momenti dello spettacolo danno voce a loro. Perché questa è stata proprio una questione, no? Cioè come far parlare anche un po’ le vittime, consapevoli che tutta la narrazione occidentale su Hiroshima è stata anche la bellezza del fungo atomico. In realtà quella è veramente la narrazione del vincitore, perché il racconto della bomba atomica delle vittime è completamente diverso: parla di buio, di fumo, di orrore, di sangue, di pelle lacerata, di visi gonfi, di intestini che escono dai corpi. Quindi è completamente ribaltata dalla bellezza estetizzata del fungo atomico. Mi piacerebbe anche che forse emergesse che, in fondo, siamo tutti vittime di Hiroshima. Perché comunque quel fatto lì ha cambiato inesorabilmente le nostre vite. Come dice Günther Anders, il 6 agosto 1945 è stato l’anno zero, l’anno in cui, no, inizia una nuova era del tempo e — si può dire quasi con una formula un po’ abusata — è stato il momento in cui abbiamo perso l’innocenza. Ricordiamoci anche che quell’orrore lì poi è stato ripetuto tre giorni dopo, che forse è l’elemento ancora più assurdo di tutta questa vicenda. Perché c’è stata proprio anche la volontà di infierire: non è stata solo una la bomba, sono state due.

SM: In una risposta Eatherly scrive “Ci avviciniamo rapidamente a una situazione in cui saremo costretti a riesaminare la nostra disposizione e a lasciare la responsabilità dei nostri pensieri, delle nostre azioni e istituzioni sociali come partiti, sindacati, chiese o Stato. Nessuna di queste istituzioni è oggi in grado di impartire consigli morali infallibili e perciò bisogna mettere in discussione la loro pretesa di impartirli”. Nello spettacolo toccate questo punto sull’autonomia di giudizio dell’essere umano e le sue istituzioni, che forse non sono più nemmeno in grado di affrontare queste sfide contemporanee?

MI: Guarda, questo pezzo noi lo leggiamo proprio: è un pezzo importantissimo, è ciò che in fondo avvicina i due; partono proprio da questa frase importantissima, perché è un po’ legata al discorso della coscienza che facevamo prima. Questo è un po’ il punto di partenza di oggi, no? Magari anche in passato c’era questa sensazione e noi oggi invecelo idealizziamo. Forse è sempre stato così, cioè che le istituzioni politiche, religiose, eccetera, non sono mai state capaci veramente di stabilire che cosa è giusto e che cosa non è giusto. Però, insomma, tanto più oggi, è importante tener viva la propria intelligenza — mi viene da dire — e di conseguenza la propria coscienza. Prima o poi forse riusciremo ad affidarci o ad ascoltare anche a queste istituzioni. Ad oggi ancora mi sembra difficile, ma chissà…

Scopri di più sullo spettacolo al link.

Atomica è una co-realizzazione con Teatro di Roma, e lo spettacolo andrà avanti fino al 23 novembre durante la loro stagione.

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