27.10.2021

Normalizzare il dating online

Da condizione obbligatoria durante il lockdown a strumento perfettamente integrato nell’esperienza conoscitiva interpersonale: ecco come il dating online è cambiato negli ultimi anni

Se durante i lunghi periodi vissuti in quarantena ogni esperienza doveva passare attraverso gli spazi virtuali che potevamo creare e sfruttare, anche la ricerca di legami — che siano stati questi nuovi o antichi, profondi o superficiali — è passata attraverso lo schermo pixelato.

L’isolamento è da sempre una dimensione strana: non è il mostro cattivo dal quale fuggire rintanandosi necessariamente nelle relazioni e nelle dimensioni sociali ma non è neppure un’isola salvifica dove riusciamo davvero a passare tutta la nostra esistenza.

Gli ultimi due anni hanno permesso di constatare che vogliamo stare soli con noi stessi fino a un certo punto, poi abbiamo bisogno di sporgerci verso l’altro: essendo impossibile farlo dal vivo la pandemia ha spinto una quantità nuova e significativa di persone nel mondo del dating online, riempiendo ogni stanza virtuale dedicata all’incontro romantico, sentimentale, fisico che sia.

Che si tratti di Tinder, Bumble, la nuova arrivata Facebook Dating — uscita appunto nei mesi della prima quarantena — o qualsiasi altra app simile, da marzo 2020 in poi ogni piattaforma ha registrato nuovi iscritti e più permanenza sull’applicazione: le ricerche condotte a riguardo crescono ogni giorno di più ed evidenziano come — nel caso dell’app The Inner Circle per esempio — solo in Italia nel 2020 sia stato registrato un incremento dell’attività del 151% rispetto all’anno precedente.

Non solo un aumento degli iscritti ma anche un aumento della permanenza: nel caso di Tinder, infatti, non solo il numero delle conversazioni è aumentato del 39% ma è anche aumentata del 28% la loro lunghezza media.

Se da una parte i moventi di questo bisogno possono sembrare palesi e scontati, una parte di questa dinamica è quasi paradossale: in un momento in cui non posso neanche incontrare gli amici già collaudati se non incontrandoli clandestinamente facendo per caso la spesa nello stesso posto e alla stessa ora, scarico un’app per conoscere persone nuove che potrò incontrare chissà fra quanto.

Nonostante la distanza, nonostante i divieti, il bisogno di creare un legame, di gettarne le basi, di anticiparlo con gli strumenti a disposizione ha prevalso sull’isolamento concreto nel quale bisogna stare?

Forse nella primavera dell’anno scorso dopo una manciata di mesi chiusi in casa e con il timore di doverne passare altrettanti fremevamo per cercare qualcuno, o forse possiamo incolpare il bisogno di relazioni, conoscenze e sesso all’uscita di una serie televisiva così fisica come Normal People — uscita a fine aprile 2020 e tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice Sally Rooney —  che ha smosso anche gli animi più tiepidi.

Nello speciale di Bo Burnham Inside, uscito lo scorso maggio su Netflix, spettacolo che meglio ha saputo raccontare gli ultimi due anni senza pronunciare le parole quarantena, covid e pandemia, uno dei pezzi musicali dello spettacolo è tutto dedicato al sexting.

Il pezzo racconta e scherza sull’impaccio, le foto da scambiarsi, le emoji da decifrare e tutte le dinamiche note ormai da anni a chi abbia mai provato a fare sexting con qualcuno. Burnham dice che «It isn’t sex, it’s the next best thing» ammettendo la componente eccitante della cosa, ma ad un certo punto, in linea con lo stile tranchant e appuntito del comico, la musica cambia ritmo e il testo dice «Another night on my own / Stuck in my home / Sitting alone / One hand on my dick and one hand on my phone» , ricordandoci che sì, è bello, ma siamo lì a farlo non potendo fare altro.

Il sexting, così come più in generale il dating online — due cose che non vanno di pari passo ma qui associate per la componente virtuale che li accomuna — non sono fenomeni nati nell’ultimo periodo: sono dinamiche relazionali ormai consolidate, decennali, che sono passate attraverso tutti gli spazi virtuali nei quali si potesse parlare, vedere, mostrare.

Nel dire di essere uscita con una persona conosciuta su Instagram e una persona conosciuta su Tinder nel concreto si sta dicendo la stessa cosa, però nella percezione delle cose – almeno fino a qualche anno – fa i due fatti, seppur uguali, apparivano molto diversi.

In questi due anni di distanziamenti, timori per la propria salute e isolamenti, è decisamente cambiata questa percezione che la maggioranza di persone aveva — o in alcuni casi ha tuttora —  nei confronti del dating online, smettendo forse di essere qualcosa di stigmatizzato o taciuto. Quante volte negli ultimi anni, scaricando goliardicamente Tinder, avete trovato per esempio una bio che recitava “diremo che ci siamo conosciuti al bar”?

Io, che avrò usato Tinder quattro volte nella mia vita — e con quattro intendo proprio quattro swipe right, quattro match, quattro appuntamenti e mai più alcuna permanenza sull’app — l’ho letto più volte di quante volte abbia letto un nome diverso da Andrea, Matteo, Luca. Livello della frase preconfezionata a parte, il senso di fondo di quella dissimulazione era, fino a qualche tempo fa forse, l’imbarazzo a dire di essersi conosciuti su un’app di dating, come qualcosa di scabroso.

Qualche tempo fa, parlando con una persona che ha conosciuto il suo attuale ragazzo proprio su Tinder, a cavallo delle quarantene, mi ha detto di sentire tutt’ora a volte il peso di aver dovuto usare un’app per incontrarsi, quasi fosse l’unico mezzo possibile.

Negli ultimi due anni però app come Tinder non erano l’ultima possibilità per trovare l’amore o il flirt della stagione, ma sono diventate in alcuni casi — per cause di forza maggiore — lo strumento principale di tutti, facendo cadere questo mantello di imbarazzo e tabù che avvolgeva il mondo virtuale del dating.

Smette di esistere la distinzione netta tra online e offline, senza che una cosa svaluti l’altra, perché l’intersezione tra le due modalità anche nei nostri rapporti sentimentali, lavorativi, amichevoli e sessuali, ormai è collaudata.

L’incremento dell’utilizzo delle app d’incontri durante i momenti più difficili e isolati degli scorsi due anni è dunque aumentato, ma cos’è successo una volta che si poteva tornare a uscire?

Gli elementi che hanno rallentato il bisogno di trasposizione nel concreto dei possibili date sono molteplici: c’è chi ha voluto continuare a mantenere il distanziamento sociale e le precauzioni sanitarie, chi ha preferito dedicare il proprio tempo per rivedere vecchi amici e usare il proprio momento di possibile contagio recuperando le vecchie conoscenze anziché rischiando incontrando persone nuove.

Secondo un articolo del New York Times, uscito l’agosto scorso, stando ai dati raccolti da un sondaggio fatto da The Pill Club circa il 64% delle persone che hanno partecipato hanno dichiarato di voler essere più cauti per quanto riguarda il passaggio dall’online all’offline delle nuove papabili frequentazioni.

Parlando con un’amica ho scoperto di non essere più l’unica a provare un senso di agitazione quando, dopo questi lunghi mesi di letargo sociale, qualcuno ti chiede all’improvviso di uscire, di tagliar corto le conversazioni e vedersi fuori dal virtuale. Se questa era la normale dinamica pre pandemia, dove gli spazi di Tinder, Bumble, o qualsiasi altra app, erano sale d’attesa per l’incontro vero e proprio, i mesi di anacoresi sociale ci hanno offerto una modalità di interazione più cauta, lenta, anche più approfondita delle volte, che forse molti non vogliono perdere. 

Meg St. Esprit, sempre sul New York Times, riporta l’esperienza di una ragazza che afferma che se prima le persone pensavano di competere con altri possibili partner, ora la competizione sembra essere tra loro e l’equilibrio di solitudine — e vita più lenta — creato. In un lungo pezzo che la scrittrice Dolly Alderton ha scritto per la rivista The Cut, The Diary of a Teenage Adult. Pandemic dating made me feel feelings I hadn’t felt in years, Alderton racconta di questa nuova vita post quarantena, più lenta e cauta, come di una rinata adolescenza:

«The much-awaited summer of love is not as anticipated; it is not wild and feverish. It is cautious and gentle and full of questions, asked with the same apprehension felt at high-school dances or the first days of dorms. “Can I walk you home?” “Do you want to hang out?” “Are you seeing anyone?” “Can I take your number?” “Can I kiss you?»

A luglio dell’anno scorso, dopo che le riaperture mi avevano permesso di andare in vacanza al mare con alcune amiche e fermarmi per diversi giorni a Roma; sulla slancio entusiasta di avere foto fresche di mare, vacanze e una ritrovata accettazione di me stessa, tornando a casa dopo aver visitato i Musei Vaticani con un’amica decisi di scaricare Tinder

Non lo usavo un sacco di tempo e la mia permanenza sull’app era sempre stata striminzita, da sempre incapace di trovare affascinante qualcuno solo dalla foto e molto più fedele al dannato trope romantico di Harry ti presento Sally — un trope fallimentare, per quanto mi riguarda. Spinta da una per me nuova leggerezza nel voler incontrare persone — d’altronde ero rimasta chiusa in casa per mesi anche io — feci match con un ragazzo e uscimmo a prendere qualcosa da bere.

Io di Milano, lui di Roma ma studiava a Bologna, entrambi lì di passaggio, passammo una serata piacevole a parlare di Donna Haraway e astrologia. Passati alcuni giorni mi propose di rivederci, su Skype, per una seconda birra insieme. Io rigettai in automatico la proposta, trovandola anomala, non riuscendo a pensarla come una soluzione per me concepibile.

I mesi chiusi in casa a fare aperitivi con gli amici su Skype e riunioni su Zoom per qualsiasi cosa, ci hanno portati in un limbo pieno di contrasti: da una parte alcune dinamiche virtuali si sono inserite in maniera quasi definitiva nelle nostre vite, migliorando la nostra comunicazione con le persone: smette di esistere la distinzione netta tra online e offline, senza che una cosa svaluti l’altra, perché l’intersezione tra le due modalità anche nei nostri rapporti sentimentali, lavorativi, amichevoli e sessuali, ormai è collaudata. 

Quindici anni fa quando navigavo su Tumblr se qualcuna chiudeva il suo blog, qualcun altro commentava dicendo che era andata a vivere nella vita vera; ora questa distinzione è invecchiata male ed è vero il sexting come il sesso, l’aperitivo su zoom e quello insieme allo stesso locale, senza che nulla escluda il resto. 

Non è scontato che questa commistione sia naturale e piacevole per tutti: come c’è chi ama passare ore al telefono a scriversi e c’è chi non la trova una modalità di comunicazione appagante, il mondo delle relazioni e degli incontri è dominato dalla soggettività delle persone coinvolte. Quello che è indubbio è che la pandemia vissuta — e non ancora terminata, è bene ricordarcelo — ha potuto mettere in pausa fino a un certo punto questo aspetto della nostra vita, cambiandone le dinamiche, i connotati, le modalità di avvicinamento. 

Parte sempre più integrante del mondo dating è diventato non solo lo spazio virtuale, ma anche gli strumenti stessi offerti dalla tecnologia: videochiamate per conoscersi prima ancora di vedersi, per sentire se la voce dell’altro è come ce la immaginavamo, approfondire la conoscenza e trasformando un appuntamento pressoché al buio in un incontro illuminato dalla torcia del telefono.

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