17.03.2023

​​L’era del post social media

I social media sono morti, viva i social media?

Viviamo nell’era del post social media. Facebook, oramai, è un feudo per over 50, i post con il buongiorno e i gattini glitterati hanno costretto alla fuga anche i più volenterosi tra i giovani.
I millennial tendenzialmente popolano Instagram e gli zoomer TikTok. I più audaci si dividono tra le due piattaforme con l’aggiunta di BeReal. Twitter trasversalmente si presta bene alle polemiche, perfetto per i Nanni Moretti di ogni età che ogni tanto (leggasi spesso) vogliono litigare.

Pensare alla fine dei social è un po’ come pensare alla fine del mondo, si possono fare diverse ipotesi ma la situazione sembra peggiorare di decennio in decennio. Possiamo, però, provare a immaginare il prossimo futuro nell’era del post social media.
I prodotti più recenti stanno condizionando il nostro modo di comunicare dando una sferzata anche ai social più storici.

Per esempio, un’app come BeReal, nomen omen, vorrebbe spingere gli utenti ad essere più spontanei e meno incollati al telefono.
L’app ti dà due minuti per condividere una foto ad un orario random e dopo 24 h la farà  dissolvere nell’etere. Non pubblichi appena ti arriva la notifica perché non vuoi un altro mortificante selfie in ufficio con vista pc? BeReal non è un’app per guardoni. Non vedrai quelle dei tuoi amici fino a che non pagherai il tuo dazio, ossia postando una foto, che sarà marchiata dal conteggio del ritardo. Hai provato a fare più di uno scatto? Comparirà il numero di tutti i retake.

Il pigro scrollare (perdonaci Tullio de Mauro) non affetta solo i social ma anche le app di dating. Il claim di Hinge, una delle più recenti, recita: “progettata per essere cancellata”.
Programmata con un algoritmo creato da un premio Nobel, è dedicata a chi cerca una relazione stabile. Oltre ai like consente di mandare messaggi privati, anche audio, prima di stabilire una connessione, allargando così il campo di manovra.
Per il resto il funzionamento non è tanto distante dalle altre applicazioni del suo genere ma è l’obiettivo di fondo a renderla così apprezzata, specialmente da chi è rimasto deluso da Tinder &co.

Come BeReal non punta a risucchiare gli utenti e alimenta la speranza di un futuro dove non staremo a controllare compulsivamente chi ha visualizzato la nostra storia, a mettere reaction o a commentare post di gente che non abbiamo neanche mai visto.
Come sottolineato anche dall’esperto tech Casey Newton, a dettare la linea editoriale sarà sempre TikTok, il più copiato dei social, che a dirla tutta non è un’app di condivisione ma una piattaforma di creazione.
Molto probabilmente i contenuti saranno più strutturati, non basterà una frase come “oggi carbonara” con sullo sfondo un piatto al ristorante.

Pensare alla fine dei social è un po’ come pensare alla fine del mondo, si possono fare diverse ipotesi ma la situazione sembra peggiorare di decennio in decennio.

Dovremmo quindi tutti abituarci a raccontare il nostro appuntamento della sera prima mentre ci trucchiamo in un video?
Ai posteri l’ardua sentenza, per adesso sappiamo che la chiara dominanza video sta già cambiando le carte in tavola: storie o reel consentono esperienze private nei luoghi pubblici e non, il che comporterà essere tutti più “creator” ( e rimpiangere il caricamento in massa di album di foto a caso su Facebook).
Un aspetto interessante è che i video a cascata sui social, a partire da TikTok, stanno creando un nuovo tipo di varietà, tanto che il New York Times aveva paragonato il fenomeno agli esordi del cinema muto.
Sembra assurdo immaginare che nonostante l’avanzamento tecnologico si torni a tendenze vintage.

Molti dei video di oggi sono pensati per essere muti trasformando le nostre esperienze online in microforme ipervisive che, in quel mercato globale che è Internet, trascendono le barriere linguistiche e culturali. Le clip che si diffondono maggiormente online sono quelle fruibili ovunque senza interruzioni: nell’arco di due fermate della metro o ancora meglio nel tempo di una sigaretta in pausa al lavoro. E se proprio serve il testo ci sono pur sempre i sottotitoli.
Sebbene qualcuno ci stia ancora sperando non faremo a meno dei social. Almeno non prossimamente. Sempre di più, anzi, la scena dei social tende a diventare la nostra seconda, se quella primaria.

In tempi meno sospetti, Jean Baudrillard era stato il primo a teorizzare la crisi della realtà, perché attraverso gli avanzamenti tecnologici andiamo verso un sistema di iperrealtà fatto sostanzialmente di simulazioni. Per il filosofo francese gli spazi e le nuove modalità di comunicazione (Metaverso, NFT, VR etc) determinano le nostre aspettative e condizionano i nostri comportamenti. I social media sono l’archetipo dell’applicazione web2 – il fattore abilitante del “web generato dall’utente” ma questo non significa che scompariranno con l’inizio del metaverso e del web3, semplicemente si adatteranno.
Se l’idea di possedere ologrammi di beni fisici può sembrarci uscita da una puntata di Mythic quest nel futuro sarà la nuova normalità iperreale. Le persone già vendono e comprano oggetti che esistono solo digitalmente, che si tratti di opere d’arte e di mercato immobiliare o architettura.

Pensare di andare a prendere un caffè con un nostro amico tramite avatar è ancora assurdo ma la dimensione phygital delle nostre esperienze sarà sempre più vivida. Per questo gli oculus e i sistemi VR, anche in ambito museale, sono sempre più diffusi e realistici. Quel che è certo è che nel prossimo futuro non staremo più attaccati agli schermi grazie ai weareble (come cuffie e smartwatch) e ciò cambierà il nostro modo di fruire le info. La creazione e la condivisione dei media diventerà sempre più facile man mano che la tecnologia indossabile diventerà mainstream. Questo potrà essere anche d’aiuto, come nel caso del monitoraggio per il benessere e la salute.

Stiamo andando incontro a una maggiore selezione per evitare di frammentare la nostra attenzione, come le nostre energie, oltre ad evitare la produttività a tutti i costi.

In un futuro invece meno prossimo un dispositivo impiantato nel nostro corpo ci connetterà a tutto ciò che ci circonda. Ancora una volta sono le nuove generazioni a dettare i trend, i social media non sono più uno strumento di solo intrattenimento. Per moltissimi utenti i social media sono già il luogo di riferimento per informarsi su notizie ed eventi, tenere il passo con la propria cerchia, trovare nuovi lavori, fare acquisti online o persino imparare nuove competenze. La ricerca interna su TikTok, e non solo, diventerà sempre più centrale nella user experience.  Sempre più utenti – specie quelli più giovani – usano l’app come fosse Google. È fondamentale per cercare un ristorante come per vedere un prodotto testato da qualcuno. Non a caso l’app cinese sta investendo sempre di più per dare un’ulteriore spinta al suo reparto e-commerce.

I social media da sempre influenzano il nostro comportamento sociale, le nostre forme di comunicazione ed espressione, nonché la condivisione di idee, pensieri e informazioni. I social come scollamento del mondo reale, però, non funzionano più, le piattaforme stanno cambiando introducendo sempre nuove funzionalità ma in realtà è il nostro comportamento di utenti a cambiare. Di conseguenza l’uso che ne stiamo facendo è diverso in relazione alle nostre esigenze. Chi lavora nella progettazione tech nel panorama post-social dovrà tenere a mente le lezioni degli anni ’10 e ’20. La sorveglianza costante allontana gli utenti dalle piattaforme, così come una costante richiesta di attenzione e connettività. In questo senso anche la pandemia ha dato uno scossone emotivo, siamo umani e abbiamo bisogno di realtà, di sentire con tutti i sensi.

Non è neppure solo per la questione dei dati e della privacy, dopo l’iniziale abbuffata di contenuti digitali la tendenza opposta è quella al minimalismo, non solo limitando l’esposizione (e quindi la creazione) ma anche il tempo trascorso sui social, oltre a selezionare le app da utilizzare. D’altra parte sappiamo che la tiktokizzazione dei social porta a più video e quindi a una maggiore esposizione della persona. Forse, allora, il nostro tempo online sarà minore rispetto al passato ma la nostra presenza più attiva.

Un altro aspetto da considerare, infatti, è che più passa il tempo più la presenza sui social per dare i suoi frutti non può essere solo passiva o discontinua. Tranne forse chi ci lavora, quasi nessuno riesce ad essere attivo allo stesso modo su tutte le piattaforme, l’utente medio normalmente sceglie di massimizzare l’impegno su quelle di maggior interesse.  Il pubblico predilige e prediligerà le piattaforme inseguendo i propri gusti/necessità non senza il rischio di un “effetto bolla” e con il risultato di social diventati involucri di conferme.

Stiamo andando incontro a una maggiore selezione per evitare di frammentare la nostra attenzione, come le nostre energie, oltre ad evitare la produttività a tutti i costi.
Una nuova fase di Internet ci attende, gli utenti dovranno abbandonare i presupposti e i comportamenti del mondo online originale ed essere pronti a partecipare attivamente alla sua ricostruzione post-social. 

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