05.05.2021

Ridefinire i confini tra arte e intelligenza artificiale

Una conversazione su arte e intelligenza artificiale con i protagonisti della seconda edizione di Re:humanism

Negli ultimi mesi, il discorso sul rapporto tra arte e intelligenza artificiale ha acquisito nuova rilevanza, spostando progressivamente il suo focus dall’annoso dilemma sull’autorialità a questioni di stampo etico, sociale e creativo di più ampio respiro. Quali sono i limiti e le potenzialità di un’applicazione come il machine learning nella ricerca di soluzioni al cambiamento climatico? Che tipo di relazione lega lo sviluppo della robotica al corpo umano? Quali sono gli scenari futuri della memoria digitale? Sono alcune delle domande aperte a cui hanno provato a rispondere le artiste e gli artisti coinvolti nella mostra collettiva Re:Humanism – Re:define the Boundaries, che da oggi 5 maggio fino al 30 maggio sarà ospitata nello Spazio CORNER MAXXI del Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, a Roma. Curata da Daniela Cotimbo, curatrice e presidente dell’associazione Re:Humanism, la mostra è realizzata con il sostegno di Alan Advantage ed esporrà i progetti vincitori della seconda edizione del Re:Humanism Art Prize più l’opera di Francesco Luzzana, vincitore dello speciale Romaeuropa Digitalive Prize che verrà invece presentato nell’ambito del festival romano nell’autunno 2021.

Per indagare a fondo i temi dell’edizione e lo stato del rapporto tra intelligenza artificiale e arte, abbiamo rivolto una serie di domande alla curatrice Daniela Cotimbo, allo storico dell’arte Valentino Catricalà e ai tre finalisti del premio, il duo Entangled Others, Irene Fenara e Yuguang Zhang.

Daniela Cotimbo è storica dell’arte e curatrice indipendente con oltre 10 anni di esperienza nell’organizzazione di progetti culturali e mostre. La sua ricerca è focalizzata sulle istanze problematiche del presente attraverso il rapporto con i diversi mezzi espressivi, in particolare le nuove tecnologie. Collabora con numerose riviste d’arte contemporanea, come Inside Art, Artribune e Arte e Critica. Dal 2018 è consulente per Alan Advantage con cui ha ideato e fondato il Re:Humanism Art Prize. Dal 2020 è presidente dell’Associazione Culturale Re:Humanism.

Una piccola introduzione sull’edizione 2021 di Re:Humanism: com’è stato lavorare alla mostra in questo delicato anno di pandemia? Quali sono state le connessioni che hanno portato alla scelta dei temi dell’edizione?

La seconda edizione di Re:Humanism si intitola Re:define the boundaries, un nome che vuole essere un invito, quello a superare i confini imposti dalla cultura dominante e a riappropriarsi di mezzi come l’intelligenza artificiale per informare futuri sostenibili. Dopo la prima edizione, le riflessioni messe in campo sono state tante ma devo dire che proprio la pandemia ci ha dato la forza di rimboccarci le maniche e ripartire. Quello che avverto è che il progetto cresce man mano che aumenta la consapevolezza sui temi; se la prima edizione era mossa dal desiderio di alimentare le conoscenze sul tema, la seconda si interroga su come decostruire ciò che sappiamo essere critico di questa tecnologia e del contesto che la circonda per sviluppare nuove forme di pensiero. Abbiamo deciso questa volta di proporre agli artisti cinque temi che ci sembrano essere determinanti in questo preciso momento e che, a ben vedere, hanno a che fare tanto con l’IA quanto con la pandemia: corpo e identità, machine learning, robotica e computer vision, antropologia dell’IA, usi e abusi e, naturalmente, futuro del pianeta. Quest’ultimo forse è stato quello che è maggiormente rappresentato dagli artisti premiati, diversi progetti lo riprendono con approcci totalmente inediti, invitandoci a vedere nelle relazioni con altre specie, con la materia inerte e con l’altro da noi, la chiave per andare oltre quel binomio natura/cultura di cui oggi vediamo i numerosi limiti.

Dalla vendita dell’opera del collettivo francese Obvious durante l’asta di Christie’s del 2018 al recente dibattito sul mercato dei Non-Fungible Tokens: qual è lo stato attuale del rapporto tra arte e Intelligenza Artificiale dal tuo punto di vista?

Occupandomi da due anni a questa parte di questo rapporto così da vicino devo dire che esso va ben oltre le vendite da capogiro che le grandi case d’asta occasionalmente ci propongono e che servono probabilmente molto più a rivitalizzare il mercato che a portare avanti riflessioni. Per me questo rapporto andrebbe ricercato più nel lavoro di artisti come Hito Steyerl, Trevor Paglen o Forensic Architecture, che da molti anni fanno ricerca nell’ambito dell’IA, offrendoci un punto di vista critico non solo sulla tecnologia ma anche sul modo in cui essa si manifesta. Sicuramente però i fenomeni di mercato che citi e in particolare il recente entusiasmo per gli NFT rappresentano di per sé materia di analisi perché ci propongono moltissime riflessioni a partire dalla natura dell’opera d’arte che diventa appunto “non-tangible”, alla nascita di nuove forme di collezionismo, fino ad arrivare al discorso sul valore e sull’autenticità di un’opera d’arte. Cercando di riassumere, credo che il rapporto tra arte, intelligenza artificiale e nuove tecnologie in generale diventi sempre più forte, andando di pari passo con il livello di pervasività della tecnologia. Quello che mi auguro è che un giorno non sarà necessario associare l’etichetta “arte e tecnologia” a mostre come Re:Humanism e che l’IA venga facilmente assimilata come mezzo, così com’è stato per la fotografia alla fine dell’Ottocento o per i colori a olio nella pittura fiamminga e così via.

L’idea dell’Intelligenza Artificiale come uno spazio di incontro tra umano e non umano è da sempre un punto cruciale del dibattito filosofico attorno all’evoluzione dell’automazione. Oggi, l’idea di un ritorno a modelli ecologici e di relazione non gerarchica tra uomo e natura impongono di ripensare anche il nostro rapporto con la tecnologia: quali sono le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale in questo percorso?

Vi ringrazio per questa domanda che arriva proprio al cuore di tutti i discorsi. Come anticipavate la crisi ecologica ci impone un superamento della prospettiva antropocentrica di cui sempre più facciamo esperienza dei limiti. I più recenti studi scientifici si stanno concentrando proprio nell’identificare all’interno delle altre forme di esistenza, nuovi possibili approcci alla complessità ecologica. In particolare, tra le letture fatte di recente mi ha colpito molto quando Laura Tripaldi, dottoranda in scienza e nanotecnologia dei materiali all’Università di Milano-Bicocca (che sarà anche ospite di un panel di Re:Humanism proprio su questi argomenti), nel suo libro Menti Parallele parla delle proprietà intelligenti dei materiali, offrendoci così una nuova definizione di intelligenza intesa come capacità della materia di adattarsi all’ambiente circostante. La cosa davvero interessante è che questa proprietà non appartiene solo a ciò che comunemente definiamo vivente ma anche alla materia inorganica. Alla luce di tutto questo, quando parliamo di “intelligenza” artificiale, non possiamo più immaginare esclusivamente dei sistemi che simulano le capacità connettive della mente umana e aggiungo un livello di complessità in più dicendo che molti studi stanno dimostrando come forme di intelligenza animale, come ad esempio quella dei polpi, pur essendo molto diverse dalla nostra appaiano altamente “performanti”. Tutte queste divagazioni mi aiutano a dire che oggi la vera sfida è nello sviluppo di tecnologie che, simulando i migliori comportamenti della natura e sfruttando le proprietà intelligenti della materia, possano davvero svolgere compiti altamente qualificati come, sempre tornando a Laura, quello di andare a curare patologie gravi attraverso le nanotecnologie, ad esempio. Se pensiamo le cose in questa prospettiva non ci sono limiti all’immaginazione, un domani non troppo lontano queste tecnologie abiteranno i nostri corpi, probabilmente saranno indistinguibili da noi e allo stesso tempo gli esseri umani cambieranno il loro modo di relazionarsi ad esse. Quel che serve oggi è un grande esercizio speculativo affinché quel domani si sviluppi verso le traiettorie della sostenibilità.

Nell’immaginario pubblico, lo sviluppo dell’automazione e delle tecniche di apprendimento dell’Intelligenza Artificiale sono sempre più connessi all’idea di un’innovazione deterministica correlata principalmente al progresso tecno-produttivo della società. Dove e come inizia (e prosegue) il percorso per un utilizzo delle tecnologie a scopi culturali, educativi e sociali?

Mi permetto di affidare parte di questa risposta alle parole ormai celebri di Matteo Pasquinelli, il cui saggio Tremila anni di rituali algoritmici è appena stato pubblicato nella sua versione italiana all’interno del libro AI & Conflicts, edito da Krisis Publishing: «I modelli statistici dell’AI si sono sviluppati a partire dai dati prodotti dall’intelligenza collettiva. Ciò significa che l’AI emerge come un enorme motore che imita l’intelligenza collettiva. Che relazione c’è tra l’AI e l’intelligenza umana? La divisione sociale del lavoro». Il saggio in questione partiva dall’analisi di come i modelli matematici alla base dei primi algoritmi abbiano origini antichissime e strettamente connesse a forme rituali come quelle descritte negli Shulba Sutras nell’800 a.C. Se pensiamo quindi a questa “modellizzazione” come ad una caratteristica preesistente nell’esperienza umana possiamo, con uno sforzo immaginativo, tracciare un percorso che dalle origini ci porta fino ad oggi. In qualche modo però, se ammettiamo questo, dobbiamo immaginare la tecnologia come un fenomeno di connessione sociale che preesiste alla logica tecno-produttiva. La posta in gioco è questa: restituire alla tecnologia un valore sociale e un beneficio a favore delle comunità, ma per far questo dobbiamo imparare a comprenderla e a sviluppare noi, prima che l’IA, modelli predittivi che ci aiutino ad interpretare le sfide del futuro. Gli esempi virtuosi nell’utilizzo dei big data a vantaggio della collettività sono tanti, così come anche la possibilità di utilizzare le così dette cultural analytics a cui fa riferimento Lev Manovich per comprendere ancor meglio i fenomeni della cultura, quel che è necessario non è staccare la spina ma piuttosto rovesciare il paradigma, andare oltre le logiche della produzione e come giustamente accennavate voi, del determinismo.

Valentino Catricalà è uno studioso, curatore e critico d’arte contemporanea, è il direttore artistico del Media Art Festival di Roma (Museo MAXXI). Si è specializzato nell’analisi del rapporto degli artisti e dei cineasti con le nuove tecnologie e con i media

Dalla vendita dell’opera del collettivo francese Obvious durante l’asta di Christie’s del 2018 al recente dibattito sul mercato dei Non-Fungible Tokens: qual è lo stato attuale del rapporto tra arte e Intelligenza Artificiale dal tuo punto di vista?

La relazione tra arte e tecnologia non è nuova. Gli artisti dal secondo dopoguerra indagano i rapporti con strutture intelligenti complesse. C’è da dire che negli ultimi anni questo binomio si è intensificato molto quasi da poterlo definire un vero e proprio trend. Sempre più artisti lavorano su questi temi cercando di indagare i meccanismi di potere che orientano i processi di intelligenza artificiale. Lo dimostra in Italia anche il premio Re-Humanism, dedicato a questo binomio.

L’idea dell’Intelligenza Artificiale come uno spazio di incontro tra umano e non umano è da sempre un punto cruciale del dibattito filosofico attorno all’evoluzione dell’automazione. Oggi, l’idea di un ritorno a modelli ecologici e di relazione non gerarchica tra uomo e natura impongono di ripensare anche il nostro rapporto con la tecnologia: quali sono le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale in questo percorso?

Anzitutto bisogna dire che il termine intelligenza artificiale è molto ambiguo. L’intelligenza artificiale è un termine ombrello che va da applicazioni molto concrete (machine learning o deep learning) a scenari post-apocalittici. Per ora gli unici effettivi esempi di ciò che potremmo chiamare IA sono le applicazioni appena menzionate. In questo contesto, per capire cosa tali applicazioni stanno creando, bisogna iniziare a vedere questi processi “intelligenti” non come fenomeni singoli, ma come fenomeni globali e iper-complessi. Fenomeni che collegano un rete globale e che attraversano ogni nostro device connettendo elementi tecnologici con elementi organici. Per questo si parla molto di post-antropocentrismo, e di ridimensionamento della figura umana come attore principale dei processi naturali. L’intelligenza artificiale è un ottimo strumento, se usato bene, per iniziare a concepire rapporti con entità non umane.

Nell’immaginario pubblico, lo sviluppo dell’automazione e delle tecniche di apprendimento dell’Intelligenza Artificiale sono sempre più connessi all’idea di un’innovazione deterministica correlata principalmente al progresso tecno-produttivo della società. Dove e come inizia (e prosegue) il percorso per un utilizzo delle tecnologie a scopi culturali, educativi e sociali?

L’arte in questo è fondamentale. Sempre di più artisti oggi fanno uso di tecnologie complesse che lo inducono ad avvalersi di expertise di alto profilo, di consulenze scientifiche e tecniche, con accesso a laboratori e centri di ricerca dotati di strumentazioni l’avanguardia, sperimentando media non concepiti per scopi artistici. In questo modo gli artisti entrano all’interno dei laboratori nei quali si sviluppa l’innovazione influendo in questi processi. Gli artisti così non creano “contenuti” solo per il mondo dell’arte ma diventano degli attivatori di innovazione, dando a questo termine una valenza etica e sostenibile.

Entangled Others è lo studio condiviso degli artisti Feileacan McCormick e Sofia Crespo. Il loro lavoro si concentra su concetti come ecologia, natura e arti generative, con l’obiettivo di immaginare nuove forme di vita nello spazio digitale al di là di quelle propriamente umane.

Dalla vendita dell’opera del collettivo francese Obvious durante l’asta di Christie’s del 2018 al recente dibattito sul mercato dei Non-Fungible Tokens: qual è lo stato attuale del rapporto tra arte e Intelligenza Artificiale dal tuo punto di vista?

Quello a cui stiamo assistendo nell’ultimo periodo, è un maggiore riconoscimento del valore delle arti digitali, non solo intese come AI art, ma come un insieme selvaggio ed eterogeneo, che man mano sta diventando sempre più riconosciuto su larga scala, e non più solo dai suoi creatori e dalle nicchie di internet. Questo è uno sviluppo molto positivo in quanto vi è una ricchezza propria dell’arte digitale, non solo nella sua interazione con la tecnologia all’avanguardia, ma anche nella sua risposta agli eventi sociali, che accorcia finalmente il ritardo tra ciò che succede e le discussioni artistiche a riguardo.

L’idea dell’Intelligenza Artificiale come uno spazio di incontro tra umano e non umano è da sempre un punto cruciale del dibattito filosofico attorno all’evoluzione dell’automazione. Oggi, l’idea di un ritorno a modelli ecologici e di relazione non gerarchica tra uomo e natura impongono di ripensare anche il nostro rapporto con la tecnologia: quali sono le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale in questo percorso?

L’intelligenza artificiale è un insieme di strumenti e algoritmi che lavorano principalmente con l’estrazione di modelli nei dati, alcuni dei quali spesso provengono dal mondo naturale. Questo può portare a scoprire modelli che noi stessi non abbiamo ancora visto, e che a loro volta possono aiutarci a trovare nuovi modi di rispondere e interagire.

Nell’immaginario pubblico, lo sviluppo dell’automazione e delle tecniche di apprendimento dell’Intelligenza Artificiale sono sempre più connessi all’idea di un’innovazione deterministica correlata principalmente al progresso tecno-produttivo della società. Dove e come inizia (e prosegue) il percorso per un utilizzo delle tecnologie a scopi culturali, educativi e sociali?

Dal nostro punto di vista di artisti, l’arte ha la capacità di esplorare la tecnologia, non solo in termini di potenziale, ma anche dei possibili risultati derivanti da usi particolari della tecnologia, consentendo di comprendere e vedere nuove prospettive su sistemi e strumenti che possono altrimenti essere considerati inaccessibili a causa della loro natura in continuo sviluppo.

Detto questo, la cultura di solito resta in secondo piano rispetto alla ricerca e allo sviluppo tecnologico. Di solito ci vuole tempo perché le ultime innovazioni vengano adottate anche all’interno della sfera culturale e questo ritardo può causare una spiacevole disconnessione tra la nostra narrazione culturale e dove siamo veramente come società.

Irene Fenara (1990) è diplomata in Scultura e Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua ricerca esplora il gesto che sta alla base di ogni operazione fotografica: il guardare. In particolare, osserva, investiga e interpreta il modo in cui guardano le macchine.

Dalla vendita dell’opera del collettivo francese Obvious durante l’asta di Christie’s del 2018 al recente dibattito sul mercato dei Non-Fungible Tokens: qual è lo stato attuale del rapporto tra arte e Intelligenza Artificiale dal tuo punto di vista?

Il mercato è tutta un’altra cosa, penso invece che l’arte sia sempre stata legata all’utilizzo di strumentazioni tecniche e dispositivi differenti, che si sono sostituiti, a volte, nel tempo. Per me l’utilizzo di una tecnica piuttosto che un’altra è un modo per aggiungere significato perché ogni dispositivo racconta qualche cosa di per sé. Mi affascinano poi molto le connessioni di senso che gli algoritmi creano autonomamente, il fatto che gli algoritmi agiscano in parte in maniera inconsapevole su quello che possono rappresentare per noi questi link, cioè non connettono i significati profondi che noi attribuiamo a quei collegamenti.

L’idea dell’Intelligenza Artificiale come uno spazio di incontro tra umano e non umano è da sempre un punto cruciale del dibattito filosofico attorno all’evoluzione dell’automazione. Oggi, l’idea di un ritorno a modelli ecologici e di relazione non gerarchica tra uomo e natura impongono di ripensare anche il nostro rapporto con la tecnologia: quali sono le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale in questo percorso?

L’automazione della percezione è sicuramente dovuta all’innovazione di una visione artificiale, a cui deleghiamo l’analisi della realtà. Questa automazione poi diventa sempre più spesso visuale in quanto molti dei dispositivi che utilizziamo hanno incorporata una videocamera, per esempio. In pratica sono moltissimi i modi in cui la tecnologia può influenzare la nostra percezione del mondo e della natura.

Nell’immaginario pubblico, lo sviluppo dell’automazione e delle tecniche di apprendimento dell’Intelligenza Artificiale sono sempre più connessi all’idea di un’innovazione deterministica correlata principalmente al progresso tecno-produttivo della società. Dove e come inizia (e prosegue) il percorso per un utilizzo delle tecnologie a scopi culturali, educativi e sociali?

La cecità è innata nei dispositivi di acquisizione immagini perché producono una visione senza sguardo, appunto automatizzata. Uno strumento miope è uno strumento che non viene utilizzato nel modo per cui era stato pensato e progettato, è uno strumento sempre al limite dell’errore. Mi interessa riuscire ad arrivare ai confini che certe tecniche lasciano percorrere e penso che gli strumenti tecnologici meno usuali, se utilizzati andando contro alla loro ovvia funzione di base, possono aiutarci a dissuadere questo nostro atteggiamento umano a riprodurre qualcosa che abbiamo già visto e interiorizzato, quindi aiutarci a vedere e pensare in maniera nuova.

Yuguang (YG) Zhang è un creative technologist, new media artist e ricercatore, residente presso l’Interactive Telecommunications Program (ITP) della New York University. Ex manager di prodotti software e direttore artistico, la sua pratica attuale, che incorpora media interattivi, installazioni e performance dal vivo, esplora la relazione tra uomo e tecnologia, le connessioni che stabiliamo con sistemi di intelligenza artificiale tangibili e intangibili e i cambiamenti culturali ed etici che ne derivano.

Dalla vendita dell’opera del collettivo francese Obvious durante l’asta di Christie’s del 2018 al recente dibattito sul mercato dei Non-Fungible Tokens: qual è lo stato attuale del rapporto tra arte e Intelligenza Artificiale dal tuo punto di vista?

Penso che entrambi gli eventi che citate siano decisamente importanti, se non pietre miliari, per l’AI Art. Uno segna il primo passo del suo ingresso nel mercato mainstream, mentre l’altro ha scosso l’intero mondo dell’arte digitale. Come artista focalizzato sull’uso creativo dell’AI, mi capita spesso di chiedermi cose come «l’AI Art è già mainstream?» o «Quando arriveremo al punto in cui l’AI riuscirà a sostituire gli umani nell’arte?». Per me personalmente, l’intelligenza artificiale rimane uno strumento utilizzato dagli artisti umani, proprio come qualsiasi algoritmo prima dell’era del machine learning. Non è cambiato il modo in cui ci esprimiamo attraverso l’arte, e come esploriamo territori eccentrici al di là della scienza e della filosofia. Ma il giorno in cui l’intelligenza artificiale inizierà ad avere intenti, desideri e lotte su ciò che significa vivere, diventerà il creatore dell’arte. E immagino che allora la nostra definizione di arte umana sarà completamente diversa.

L’idea dell’Intelligenza Artificiale come uno spazio di incontro tra umano e non umano è da sempre un punto cruciale del dibattito filosofico attorno all’evoluzione dell’automazione. Oggi, l’idea di un ritorno a modelli ecologici e di relazione non gerarchica tra uomo e natura impongono di ripensare anche il nostro rapporto con la tecnologia: quali sono le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale in questo percorso?

Poiché il nostro approccio mainstream attuale all’intelligenza artificiale è profondamente radicato nella scienza dei dati, acquista inevitabilmente un sapore di hivemind e di generalizzazione, o in altre parole, di esperienza collettiva. In questo senso, l’AI ha effettivamente una posizione migliore rispetto alla maggior parte degli esseri umani quando si parla di argomenti come questo, la cui credibilità si basa su un punto di vista più ampio e obiettivo, o almeno sull’impressione di una tale prospettiva. In una situazione ideale, sarebbe un ottimo strumento per aiutarci ad abbassare la guardia e vedere in modo meno umano-centrico. Ma come tutti sappiamo, le intelligenze artificiali moderne sono fortemente prevenute. In primo luogo dovremmo lavorare sodo per farne un uso più etico e meno prevenuto prima che possano effettivamente assumere una posizione dominante.

Nell’immaginario pubblico, lo sviluppo dell’automazione e delle tecniche di apprendimento dell’Intelligenza Artificiale sono sempre più connessi all’idea di un’innovazione deterministica correlata principalmente al progresso tecno-produttivo della società. Dove e come inizia (e prosegue) il percorso per un utilizzo delle tecnologie a scopi culturali, educativi e sociali?

Direi che la nozione di “progresso tecno-produttivo” è di per sé una cultura, e abbiamo già costruito intorno ad essa una gigantesca macchina educativa e sociale. In altre parole, quel processo è già iniziato, solo non nel modo in cui abbiamo immaginato/sperato. Quello che la gente sta chiedendo potrebbe essere un cambiamento culturale, una messa in discussione di ciò a cui noi, come società, diamo più valore – se è l’efficienza, l’equità, o altro – e quando questo cambiamento accadrà. La mia congettura è che un simile cambiamento è più facile che avvenga in primo luogo in posti/industrie con più limitazioni, sia in termini sociali che di risorse, e dove la gente è consapevole dell’esistenza di un’ideologia o di una visione del mondo incorporata dentro i codici binari che permettono ai propri dispositivi tecnologici di funzionare.

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