23.10.2026

La politica della digeribilità di Jaha Koo

Un’anguilla, una lumaca e un orsetto gommoso accolgono il pubblico in un chiosco notturno di Seul: con Haribo Kimchi, al Mattatoio di Roma il 24 e 25 ottobre per Romaeuropa Festival, Jaha Koo intreccia cibo, memoria e migrazione.

Negli spogliatoi dell’Eintracht Frankfurt dei primi anni Ottanta c’è un attaccante coreano che tira di potenza  – Cha-Bum Kun, onomatopeicamente soprannominato in patria “Cha Boom” – primo sudcoreano a giocare in Bundesliga e, per il club, il volto del Francoforte di quegli anni. Nella memoria dei tifosi coreani sopravvive un aneddoto che nessuna cronaca conferma, che vedeva Cha regalare un sacchetto di caramelle Haribo ai compagni di squadra come attestato di stima. Vero o costruito, quel racconto fissa nell’immaginario collettivo l’immagine di un corpo coreano in Germania associato ad una caramella tedesca, eletta a emblema di appartenenza. È la declinazione più tenera della parabola migratoria, quella del forestiero accolto e integrato al punto da farsi lui stesso dispensatore di dolcezza. Quarant’anni dopo, l’artista e connazionale Jaha Koo costruisce una performance attorno alla stessa caramella, caricandola di un ambivalenza che la liturgia dello spogliatoio non prevedeva.

Il sapore acquisito

Haribo Kimchi, che Jaha Koo presenta per la prima volta a Romaeuropa il prossimo 24 e 25 ottobre, ci introduce in un pojangmacha, il chiosco notturno che a Seul serve chi torna a casa dopo mezzanotte. Ad accogliere il pubblico un’anguilla, una lumaca e un orsetto gommoso. Cucinando dal vivo, Koo affida ai suoi personaggi una serie di racconti: la diaspora del kimchi, il cannibalismo durante la grande carestia Gyeongsin del 1670-71, tra le più letali della storia del paese, il dolore di un razzismo senza filtri, la vergogna del volersi mimetizzare. Alla parola “haribo” Koo tiene molto, raccontando come le caramelle gommose in Corea non erano di suo gusto, ma che ha imparato ad amare solo dopo essersi trasferito in Europa. È un dettaglio che ribalta la convenzione del genere. Nella narrazione-tipo occidentale del migrante il cibo tradizionale è il sacrario dell’autenticità, la madeleine che riconduce a casa, mentre qui il sapore acquisito è quello straniero. L’assimilazione prende così la forma di un appetito: si finisce per desiderare ciò che ha imposto lo spostamento, complici del gusto che ci ha trasformati. L’identità, dice Koo, fermenta e si trasforma, è “viva”. Ma nel suo caso è una vitalità che non consola, e che resta volutamente irrisolta.

Fare della propria gastronomia un racconto esportabile era già stato, prima di Koo, un progetto di Stato. Nel 2009 il governo di Lee Myung-bak vara il Global Hansik, “Korean Cuisine to the World”, campagna affidata alla first lady Kim Yoon-ok e concepita per convertire la cucina nazionale in strumento di soft power. La Corea del Sud vi investe decine di milioni di dollari e finanzia, su emittenti europee e statunitensi, la messa in onda di documentari dedicati alle specialità coreane. Il kimchi viene promosso come alimento sano, insieme segno identitario e vessillo di benessere e nel 2013 l’UNESCO iscrive il kimjang, la sua preparazione collettiva, nel patrimonio immateriale dell’umanità. Un programma su cui lo Stato investirà circa 23 miliardi di won, prima che la sua stessa efficacia venisse messa in discussione in sede parlamentare.

Dell’intera questione conviene trattenere l’aggettivo su cui poggiava la promozione statale: healthy, sano. È lo stesso che ritorna, a una sillaba di distanza, quando la performance di Koo approda in Occidente. I festival europei raccontano Haribo Kimchi con formule pressoché intercambiabili, da Amburgo ad Atene: “il potere curativo del cibo”, “comfort food, identità e migrazione”, “malinconia agrodolce”. Lo stato sudcoreano lo diceva healthy, le istituzioni occidentali lo dicono healing. L’operazione linguistica è analoga, e consiste nel medicalizzare la differenza fino a renderla digeribile. Non è nemmeno un caso di convergenza, dato che quelle formule nascono dalla stessa cartella stampa, che ogni istituzione si limita a ricalcare senza mettere in discussione.

Lo stato sudcoreano lo diceva healthy, le istituzioni occidentali lo dicono healing. L’operazione linguistica è analoga, e consiste nel medicalizzare la differenza fino a renderla digeribile.

Che tutto questo passi attraverso un piatto non è casuale. Il cibo è il registro attraverso cui l’Occidente consuma più volentieri l’alterità. In questo caso, si mangia il kimchi e si celebra la “cucina” sudcoreana mentre resta intatta la distanza dalle persone, dai lavori che svolgono e dalle frontiere che attraversano. È il meccanismo che bell hooks analizza in Eating the Other, dove la differenza diventa una spezia per ravvivare un palato annoiato, senza l’obbligo di fare i conti con chi, quella differenza, la incarna. Analogamente, l’antropologo Ghassan Hage in White Nation: Fantasy of White Supremacy in a Multicultural Society, lo osserva nel multiculturalismo che accoglie il migrante come presenza «arricchente» a condizione che resti sul menù, senza che il controllo della tavola cambi mai mano: si può amare una tradizione gastronomica senza mai incontrarla. Koo lavora dentro questa cornice per servirsene contro corrente, affidando alla sicurezza del cibo proprio i contenuti che quella cornice tende a rimuovere. Lo si vede nel gesto conclusivo della performance, quando il pojangmacha allestito offre agli spettatori kimchijeon e zuppa fredda di alghe e cetriolo. La richiesta implicita a ogni racconto migrante, che commuova e che sia emotivamente digeribile, qui diventa letterale, e il pubblico la porta a casa a stomaco pieno.

Il cibo è il registro attraverso cui l’Occidente consuma più volentieri l’alterità.

La nostalgia come protesi

E poi ci sono i robot. Oltre a Koo stesso, a servire memoria e calore in scena sono degli animali. La nostalgia qui è trattata come una protesi, una memoria ricostruita a partire dagli oggetti, perché l’originale è ormai irraggiungibile. Svetlana Boym distingueva la nostalgia restaurativa, quella che pretende di ricostruire la memoria intatta, promessa su cui si fonda buona parte di ciò che ci viene venduto, dalla nostalgia riflessiva, che passa per il desiderio, frammentaria, che sa di non non essere in grado di ricomporre nulla e che quindi attraversa la memoria con ironia. La performance di Koo si regge tutta sulla seconda. Trattare quella memoria come qualcosa di organico e curativo sarebbe, di per sé, una forma di consolazione.

Resta la questione più difficile, e chiama in causa anche chi scrive. L’uniformità con cui la quasi totalità delle istituzioni occidentali presenta la performance rivela l’esistenza di una categoria già pronta, quella del racconto diasporico a lieto fino emotivo, entro cui lo spettacolo viene ricondotto a prescindere da ciò che effettivamente mette in scena, pur sensorialmente incredibilmente stimolante. Un simile inquadramento preventivo esercita, sull’artista non occidentale, la pressione cui la critica culturale Rey Chow, in The Protestant Ethnic and the Spirit of Capitalism, ha dato il nome di coercive mimeticism: l’obbligo di riprodurre un’etnicità riconoscibile e consumabile, conforme all’immagine che di lui il pubblico già possiede. Che una performance sull’assimilazione finisca a sua volta assimilata dall’apparato che la ospita è una contraddizione di cui Romaeuropa, e queste stesse righe, sono parte integrante. Riconoscerlo apertamente, più che una forma di contrizione, permette di spostare l’interrogativo dal significato del cibo nell’opera di Jaha Koo alle condizioni alle quali un’esperienza razzializzata viene ammessa nella vita culturale europea. Condizioni che si lasciano enumerare con precisione: la capacità di commuovere, la gradevolezza sensoriale, la disponibilità a risolversi, la funzione nutritiva. Lo stesso racconto, addolcito a ogni passaggio, dalla parabola sportiva di Cha Bum-kun alla strategia di soft power dello Stato, fino alla comunicazione dei circuiti culturali internazionali, trova in Koo chi, per una volta, sceglie di restituirlo nel suo sapore amaro.

A chi legge non resta che verificare di persona, accomodandosi di fronte al pojangmacha prima che la cucina chiuda.

Haribo Kimchi di Jaha Koo è al Mattatoio di Roma il 24 ottobre (ore 19.00) e il 25 ottobre (ore 16.00 e 21.00), nell’ambito del Romaeuropa Festival. In coreano e inglese con sopratitoli in italiano; durata 1h10. 

Info e biglietti su https://romaeuropa.net/festival-2026/haribo-kimchi/.

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